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4 aprile 2008

AL "BAMBINO GESU'" I CARTONCINI CON I PENSIERI DEI PICCOLI MALATI

«Vorrei vivere, fammi vincere la tac»
L'albero dei desideri dei bambini

Da un anno «l'albero dei desideri» è a disposizione dei piccoli ricoverati. L'esperto: «Se manifestata apertamente, la tristezza smette di invadere tutti i pensieri»

ROMA — «Vorrei vivere. Gegè». Pennarello nero, cartoncino rosso contornato di polvere porporina brillante, carattere stampatello deciso. Gegè forse ha tra gli otto e i dieci anni e magari è in cura oncologica. Quel biglietto certifica una netta percezione della malattia. Niente fronzoli né giri di parole. Solo voglia di vita. Quanta ne ha Dalila, che immaginiamo senza capelli per una chemioterapia non abbastanza violenta da abbattere la sua vanità: «Dalila spera che se pure è pelata trova sempre
dei amici». Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, ludoteca centrale diretta dalla dottoressa Carla Carlevaris. Da quasi un anno, tra una lavagna e una casetta di plastica, «L'albero dei desideri» è a disposizione di tutti i bambini ricoverati. Chiunque può appendere pensieri, speranze, proiezioni verso il futuro. Si pesca in un mare composto da 34 mila ricoveri l'anno e 100 mila accessi al Day hospital assicurati da 2.500 tra medici, ricercatori, infermieri per quaranta diverse specialità di cura.

Un punto di riferimento per i bambini provenienti da tutta Italia, uno dei tre istituti di cura pediatrica nazionali riconosciuti dal ministero della Salute, l'unico nel Centro-sud. Dirlo è forse una ovvia scorciatoia retorica, ma il dolore qui è di casa. E i bambini tra i 5 e 12-13 anni aprono e chiudono continui conti col male, la sofferenza. Non raramente la morte consapevole. Altri biglietti, c'è solo l'imbarazzo della scelta. Alcuni, siamo in un ospedale cattolico, hanno come referente Gesù Bambino: «Dammi una vita migliore. Corrado». «Caro Gesù, aiutami a superare la tac-Luana». Ma la stragrande maggioranza è capace di sintesi folgoranti, da far invidia a un letterato, a un pubblicitario in cerca di slogan emotivi: «Vorrei guarire presto ». «Spero che si guarisce». «Fatemi uscire presto-Daniela». «Voglio che guarisco-Antonio». Altri messaggi vengono da inferni familiari: « Vorei che mamma e papà non litigassero più». «Vorrei che mamma e papà non si separassero » (ma si tratta di adulti, ben più incoscienti e superficiali dei propri figli, e qui le speranze dei bimbi diventano purtroppo sterili). Un fratello indica la malattia con chiarezza: «Vorrei che Davide non fosse più anemico».

La regola per appendere il proprio messaggio (inconsciamente inviato, con ogni probabilità, a se stessi) è che i «grandi» non intervengano sulla spontaneità e una volta tanto non controllino i figli. Cosa c'è di più autentico di «Io sono Michele e voglio guarire». O «Ce la devo fare, lo devo a me!». «Vorrei che domani esco-Miriana». Per fortuna si guarda al domani, ai sentimenti più vibranti: «Mi vorrei fidanzare con Tiziano». «Mi voglio fidanzare con Antonio. Lalla». «Vorrei fare un viaggio col fidanzato che mi troverò. Very». Ma i biglietti non sono solo un semplice sfogo. Fanno parte integrante, anzi importante, della terapia ospedaliera. Spiega Gianni Bondi, dal 1980 direttore dell'unità operativa di Psicologia pediatrica dell'ospedale: «Il grande problema che abbiamo affrontando un bambino malato, dal punto di vista psicologico e relazionale, è l'affollamento dei pensieri, non tutti necessariamente legati alla malattia e al suo decorso. Manifestare apertamente un pensiero triste significa per esempio assicurargli una cornice, un contorno ed evitare che vaghi "invadendo" gli altri pensieri».

Il dottor Bondi assicura («materia utile per chiunque abbia un bambino in difficoltà») che i nostri figli «hanno una capacità percettiva ben superiore a quella di noi adulti, man mano che crescono si affianca poi la capacità cognitiva, per questo i bambini non bluffano in queste loro espressioni». Un contesto ben diverso «dalla rappresentazione idealistica che ciascuno di noi conserva della propria infanzia». Ovvero: una malattia è una malattia, per guarire bisogna curarsi, spesso soffrire. Sullo sfondo si materializza l'eventualità della morte: «Uno dei lavori che purtroppo ci toccano è accompagnare alcuni bambini fino a quel momento. Ricordo un caso di un paziente appena adolescente che mi affidò un testamento. Lascio il maglione a quell'amico, i libri a quell'altro...». Altro consiglio utile di Bondi ai genitori: «Saper stare vicini ai figli nel silenzio. I piccoli malati sono troppo spesso circondati, quasi assediati dal rumore e dall'eccesso di parole, di stimoli, di allegria artificiosa. Un piccolo in difficoltà può avere bisogno di un silenzio attento, partecipe, affettuoso per riordinare le emozioni e trasformarli in pensieri». Forse da un lungo silenzio è nata la riga scritta da Gegè: «Voglio vivere». Bravo Gegè. Noi speriamo che ce la fai.

(www.corriere.it)




permalink | inviato da federicamancinelli il 4/4/2008 alle 17:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

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Vivere in comunità

(Jean Venier)

C'è in ognuno di noi una parte che è già luminosa, convertita. E poi c'è quella parte che è ancora tenebra. Una comunità non è fatta solo di convertiti. E' fatta di tutti quegli elementi che in noi hanno bisogno di essere trasformati, purificati, potati. E' fatta anche di non convertiti. Nelle comunità cristiane Dio sembra compiacersi di chiamare insieme delle persone umanamente molto diverse. Non erano forse profondamente diversi tra loro i discepoli di Gesù? Non avrebbero mai camminato insieme se il Maestro non li avesse chiamati! Non bisogna cercare la comunità ideale. Si tratta di amare quelli che Dio ci ha messo accanto oggi. Avremmo voluto forse delle persone diverse, più allegre o magari più intelligenti. Ma sono loro che Dio ci ha dato, che ha scelto per noi. E' con loro che dobbiamo creare l'unità e vivere l'alleanza.

Un uomo a una bambina: "Se mi dici dov'è Dio ti dò un arancia". E la bambina: "Se mi dici dove non è, te ne dò due"

Preghiera per la Giornata delle Comunicazioni Sociali 2009

(sr Nadia Bonaldo fsp, http://ssanpaolo.webhat.it)

O Trinità santa, Padre, Figlio e Spirito santo, che ti manifesti nel mondo come Dio della comunicazione e della comunione, noi ti adoriamo, ti benediciamo e ti riconosciamo presente e operante nell’oggi della nostra storia. Innestati in Te, fonte di ogni creatività dell’ingegno umano, aiutaci a mantenere vivo il desiderio di connessione gli uni con gli altri, a intessere con tutti relazioni sempre più profonde e durature per promuovere la pace e la giustizia il rispetto della vita e il bene della creazione. Partecipando in tempo reale, a eventi che accadono lontano, a situazioni che scuotono la nostra coscienza, fa’ che diveniamo più umani, misericordiosi e solidali, senza dimenticarci quelli di casa, le persone che incontriamo sul lavoro, i compagni di scuola, gli amici del tempo libero. Donaci il coraggio e la forza di non ricercare e non condividere parole, immagini, musica e video che possono offendere il valore e la dignità dell’essere umano, e di cestinare, senza indugio, tutto ciò che alimenta odio, violenza, intolleranza. Fa’ che non cadiamo nell’inganno di quanti ci vorrebbero ingenui consumatori , in un mercato di possibilità indifferenti, dove la scelta in se stessa diviene il bene, la novità si contrabbanda come bellezza , l’esperienza soggettiva soppianta la verità. La nostra sete di rispetto, dialogo e amicizia, o Padre, sia fondata sulla ricerca sincera e reciproca del vero, del bene e del bello, dove ognuno possa ritrovare pienezza di vita, felicità e gioia duratura. O Trinità santa, sii Tu la dimora di ogni cuore che accede e fruisce dei mondi virtuali affinché possiamo “navigare” nelle nuove reti digitali, con cuore semplice e sguardo trasparente, intelligenza aperta e coscienza illuminata e realizzare il tuo sogno: fare dell’intera umanità un’unica famiglia. A Te la nostra lode ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.

Circondato fedelmente e silenziosamente da forze buone, custodito e confortato meravigliosamente voglio trascorrere questi giorni con voi e con voi incamminarmi verso il nuovo anno. Le cose passate tormentano i nostri cuori, il peso duro dei giorni brutti ci opprime: o Signore, da' ai nostri spiriti affranti la salvezza che ci hai preparato. Tu ci porgi il pesante e amaro calice della passione, pieno fino all'ultima goccia: noi lo prendiamo, grati, senza tremare, dalle tue care e buone mani. Eppure, tu vuoi darci ancora la gioia per questo mondo e lo splendore del suo sole: ci ritorna alla mente il nostro passato e a te appartiene tutta la nostra vita. Fa' che le candele che hai portato al nostro buio oggi ardano in silenzio e caldamente; raccoglici, se è possibile, di nuovo insieme: noi lo sappiamo, la tua luce arde nella notte. Se ora si diffonde attorno a noi il silenzio, fa' che percepiamo il suono delle cose che, invisibili, si ergono attorno a noi, inno di lode di tutti i tuoi figli. Custoditi meravigliosamente da forze buone aspettiamo, felici, le cose future: Dio è con noi la sera e la mattina e, sicuramente, ogni nuovo giorno (Dietrich Bonhoeffer)
 
Fernando Silva dirige l’ospedale pediatrico di Managua. Una vigilia di Natale rimase a lavorare fino a tardi. Si sentivano già gli scoppi dei razzi, e i lampi dei fuochi d’artificio illuminavano il cielo, quando Fernando si decise ad andarsene a casa, dove lo aspettavano per la festa. Mentre stava facendo un ultimo giro attraverso le corsie per vedere se tutto era in ordine, sentì d’un tratto un lieve rumore di passi alle spalle. Passettini di bambagia. Si volse, e vide uno dei piccoli pazienti che lo seguiva. Nella penombra, lo riconobbe, era un bambino che non aveva nessuno. Fernando riconobbe quel viso già segnato dalla morte e gli occhi che chiedevano scusa, o forse chiedevano permesso. Fernando gli andò vicino e il bimbo lo sfiorò con la mano: «Diglielo... » sussurrò. «Di’ a qualcuno che io sono qui. »

Notte di Natale, di Eduardo Galeano da: Il Libro degli Abbracci
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Maria Vi renda capaci di evangelizzare il mondo del lavoro, dell’economia, della Politica, che necessita di una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile (Benedetto XVI)

Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro (Mt - 7,12)


Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe, i capelli diventano bianchi, i giorni si trasformano in anni. Però ciò che é importante non cambia; la tua forza e la tua convinzione non hanno età. Il tuo spirito è la colla di qualsiasi tela di ragno. Dietro ogni linea di arrivo c`è una linea di partenza. Dietro ogni successo c`è un`altra delusione. Fino a quando sei vivo, sentiti vivo. Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo. Non vivere di foto ingiallite… insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni. Non lasciare che si arruginisca il ferro che c`è in te. Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto. Quando a causa degli anni non potrai correre, cammina veloce. Quando non potrai camminare veloce, cammina. Quando non potrai camminare, usa il bastone. Però non trattenerti mai! (Madre Teresa)

If a man is called to be a street sweeper, he should sweep streets even as Michaelangelo painted, or Beethoven composed music, or Shakespeare wrote poetry. He should sweep streets so well that all the hosts of heaven and earth pause to say, 'Here lived a great street sweeper who did his job well'. - Martin Luther King, Jr.

"Chi porta i paraocchi si ricordi che del completo fanno parte il morso e la sferza" (Stanislaw J. Lec)


So' ito sempre a piedi in vita mia; ho camminato quasi sempre adaggio perchè vorsi guardamme er panorama che me s'offriva ar canto d'ogni via e,più che fa' attenzione a dove annavo, ho badato più spesso a dove stavo. Ho veduto de meno, se capisce; in compenso però, da quanno esisto, me so' goduto mejo quer che ho visto.


Un missionario viveva da tantissimi anni in Cina, Paese dalla cultura millenaria e profondamente religioso. Non aveva battezzato nessuno (non era lì a convertire...), ma era riuscito in qualche modo a stabilire una bellissima relazione con un vecchiettino cinese, con cui passava le ore e le giornate a chiacchierare del più e del meno, e a discutere delle cose di Dio. Era stupendo per entrambi potersi scambiare le proprie esperienze di fede, così diverse eppure così simili. Era bello poter scoprire, grazie all'altro, un altro volto di Dio, un altro colore del Suo arcobaleno, un altro raggio della Sua luce. Un giorno il missionario arrivò a parlare della risurrezione... Come spiegare al suo amico il mistero della risurrezione di Gesù? Era facile raccontargli della vita di Gesù, del bene che aveva fatto, di come la gente semplice lo ricordasse proprio come un uomo buono che aveva fatto tanto bene. Ma come spiegargli la risurrezione? Provò, e riprovò, cercò esempi, metafore... ma il suo grande amico non riusciva a comprendere tale stupefacente mistero. Finché un giorno il vecchio cinese disse al suo amico missionario: "Ascolta, da tanti giorni ti sforzi di spiegarmi quello che io non posso capire. Credo ci sia un unico modo perché io possa capire cos'è la risurrezione di Gesù: mostrami la tua risurrezione!".


Gesù Risorto.....

Gesù risorto non smetterà di darti amore e capacità di amare, anche quando non vorrai più amare e rispettare nessuno, nemmeno te stesso. Gesù risorto non smetterà di sceglierti anche quando non sceglierai più niente di vitale e luminoso. Gesù risorto non smetterà di darti vita anche quando non la saprai usare, né la saprai sfruttare per il bene e la luce. Gesù risorto non smetterà di darti il "camminare" anche quando non avrai più voglia di muoverti. Gesù risorto non smetterà di abbracciarti anche quando tu non avrai più voglia di abbracciare nessuno. Gesù risorto non smetterà di darti le stelle anche quando non avrai più voglia di guardare il cielo e di orientarti. Gesù risorto non smetterà di darti doni anche quando non farai altro che sprecarli tutti. Gesù risorto non smetterà di darti occasioni e fortune, anche quando non ti accorgerai delle prime e non benedirai le seconde. Gesù risorto non smetterà di usarti misericordia, anche quando tu farai da giudice ingiusto dei tuoi simili. Gesù risorto non smetterà di far crescere i fiori, anche quando tu li comprerai di plastica. Gesù non smetterà di dar luce ai tuoi occhi, anche quando non vorrai vedere nulla con gioia e gratitudine. Gesù risorto non smetterà di darti le mani, anche quando le userai solo per sfruttare i poveri e gli innocenti. Gesù risorto non smetterà di darti la capacità di "prendere la mira" anche quando non la userai per cacciare e mangiare, ma solo per uccidere e devastare. Gesù risorto non smetterà di darti intelligenza, anche quando la userai da sciocco e da superbo. Gesù risorto non smetterà di darti fiducia, anche quando non l'avrai più nemmeno per te stesso. Gesù risorto non smetterà di darti speranza, nemmeno quando tutto ti sembrerà brutto. Gesù risorto non smetterà, non smetterà mai di amarti e di chiederti se non puoi amare anche tu un po' di più con gioia e verità, per la tua felicità e la pace di tutti. Gesù risorto non smetterà mai di volerti bene e non potrai impedirglielo. Tu proprio non potrai impedirglielo...

Don Paolo Spoladore

Abbracciare la croce

La via della croce, Gesù, non basta imboccarla, bisogna chinarsi a terra e baciarla. Essa è il luogo sacro dove il tuo Signore e tuo Dio, si manifesta per quello che è: amore infinito. E la tua croce, Gesù, non basta caricarla sulle spalle e accettarla giorno per giorno, bisogna abbracciarla.


SEGUENDO LE STELLE VERE....     di monsignor Marco Frisina

I Magi che si lasciano guidare da una stella verso Betlemme assomigliano a quei sognatori che vivono protesi verso qualcosa a cui hanno donato tutta la loro esistenza, che inseguono un progetto e non si arrendono finché non l’hanno realizzato, oppure a quegli scienziati che cercano per anni la soluzione di un problema o la conferma di una teoria e non si danno pace finché non giungono alla meta della loro ricerca. Ogni uomo è un po’ come uno dei Magi ma forse non tutti sanno cosa cercare, alcuni credono di cercare la felicità inseguendo stelle false, miraggi che non conducono da nessuna parte mentre trascurano le stelle autentiche. Forse, nei tempi di oggi, è difficile scorgere una stella in cielo a causa di quell’inquinamento luminoso che non è dovuto soltanto alle illuminazioni artificiali ma anche alle luci artificiali che abbagliano l’uomo e ne confondono la visione; luci che sembrano belle all’inizio e poi finiscono solo per stordire. Impariamo invece dai Magi a viaggiare seguendo la verità, impariamo a distinguere le stelle vere che ci condurranno fino a Cristo, e gioiremo vedendolo.


E' Natale o è già Pasqua?

Gesù nasce a Betlemme. Colui che si donerà a noi ogni giorno sotto forma di pane, nasce proprio nella "Casa del Pane". Gesù viene rifiutato dalla città e nasce fuori dalle mura. Come sarà rifiutato dalla città e morirà fuori dalle mura di Gerusalemme. Gesù nasce in una grotta. Come sarà posto, dopo la croce, in un grotta. Gesù viene posto in una mangiatoia, luogo in cui si pone il cibo. Come si farà per noi cibo per la nostra vita eterna. Gesù viene avvolto in fasce. Come verrà avvolto in fasce una volta deposto dalla Croce.
Ma è Natale o è già Pasqua?

NOTTE DI NATALE

Fernando Silva dirige l’ospedale pediatrico di Managua. Una vigilia di Natale rimase a lavorare fino a tardi. Si sentivano già gli scoppi dei razzi, e i lampi dei fuochi d’artificio illuminavano il cielo, quando Fernando si decise ad andarsene a casa, dove lo aspettavano per la festa. Mentre stava facendo un ultimo giro attraverso le corsie per vedere se tutto era in ordine, sentì d’un tratto un lieve rumore di passi alle spalle. Passettini di bambagia. Si volse, e vide uno dei piccoli pazienti che lo seguiva. Nella penombra, lo riconobbe, era un bambino che non aveva nessuno. Fernando riconobbe quel viso già segnato dalla morte e gli occhi che chiedevano scusa, o forse chiedevano permesso. Fernando gli andò vicino e il bimbo lo sfiorò con la mano: «Diglielo... » sussurrò. «Di’ a qualcuno che io sono qui. »

Notte di Natale, di Eduardo Galeano da: Il Libro degli Abbracci - Sperling & Kupfer 2005



È proprio questa la vita (Franz Kafka)

Tu ti credi già al limite delle possibilità ed ecco che nuove forze accorrono. È proprio questa la vita.....


Signore, fammi vivere di un unico, grande sentimento. Fa che io compia amorevolmente le mille piccole azioni di ogni giorno, e insieme riconduci tutte queste piccole azioni ad un unico centro, a un profondo sentimento di disponibilità e di amore. Allora quel che farò, o il luogo in cui mi troverò non avrà più molta importanza.

(Etty Hillesum, Diario 1941-1943)


IL MOMENTO FINALE

Il vero modo di tenersi pronti per il momento finale è quello di impiegare bene tutti gli altri momenti.

Proviamo a ritornare sul tema della morte, approfittando di questo mese che la tradizione connette alla memoria dei defunti. Lo faremo con queste parole di un famoso vescovo e scrittore francese, François Fénelon (1651-1715). La sua è una lezione facile a esprimersi, ardua a praticarsi. Eppure è l'unica strada per andare incontro a una «bella morte». Proviamo per un momento a immaginare che sia oggi il giorno ultimo della nostra esistenza terrena e chiediamoci: «Cosa abbiamo tra le mani? Cosa abbiamo costruito? Quale lascito affidiamo agli altri?». Forse possiamo solo elencare i beni materiali e qualche scarso affetto, realtà che subito si dissolvono. Gesù era stato lapidario: «Non accumulatevi tesori sulla terra che tignola e ruggine consumano e ladri scassinano e rubano, accumulatevi invece tesori in cielo» (Matteo 6, 19-20). È, quindi, la serie dei momenti dell'intera vita, più che l'ultimo ad essere decisivo. C'è uno degli Aforismi sulla saggezza di vivere del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer che mi è sempre piaciuto: «Considera ogni giornata come se fosse una vita a sé stante». È nel presente, colmo di opere giuste, che si edifica non solo la memoria di sé ma anche il proprio futuro spirituale. Purtroppo per molti la vita si riduce a quelle parole che il poeta Eliot aveva scritto: «Nascita e copula e morte, / tutto qui, tutto qui / e se tiri le somme è tutto qui». Bisogna, invece, ritrovare la pienezza vera dell'oggi per avere un domani di luce.

Gianfranco Ravasi --------------------------------------------------------------------------------


i nodi si sciolgono

"I nodi più tenaci si sciolgono da soli, poiché la corda si consuma. Tutto se ne va, tutto passa, l'acqua scorre e il cuore dimentica"

Così meditava il famoso scrittore francese Gustave Flaubert (1821-1880). Le immagini sono incisive: l'usura dei nodi col passare del tempo e col consumo causato dagli agenti esteriori, il fluire dell'acqua, il dissolversi delle cose, l'oblio dell'anima. Certo, questa regola che segna le vicende umane è anche benefica: permette ai dolori più atroci di attenuarsi, talora fino alla loro estinzione, concede una tregua alle tensioni, genera nuove attese e così via. Proprio per questo non bisogna mai disperare, bensì aspettare con costanza e coraggio il futuro. Ogni giorno, come diceva Gesù, porta con sé la sua pena; ma è anche vero che ogni alba che sorge può contenere una sorpresa. Contro il biblico Qohelet che implacabilmente ricordava che «non c'è niente di nuovo sotto il sole», lo stesso Signore dichiarava: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Se vogliamo, però, fermarci sulla considerazione di Flaubert, possiamo riflettere con realismo sulla fragilità della vita e delle cose. Guai ad aggrapparci a ciò che per definizione è perituro. I nodi fermi si allentano, le stesse passioni svaniscono, i beni si dissipano ed è per questo che rimane sempre valido l'appello evangelico a cercare tesori che non siano consumati da ruggine o rapinati da ladri. Sono quei valori permanenti che si fondano sull'amore, sulla giustizia, sulla verità, sul bene: queste sono realtà eterne e trascendenti, incise nel libro della vita che Dio tiene davanti a sé. Nel tempo che scorre innestiamo, allora, l'eternità a cui ancorare la nostra esistenza.

Gianfranco Ravasi


 «Or sono diciassette lustri e un anno che i nostri avi costruirono, su questo continente, una nuova nazione, concepita nella Libertà, e votata al principio che tutti gli uomini sono creati uguali. Adesso noi siamo impegnati in una grande guerra civile, la quale proverà se quella nazione, o ogni altra nazione così concepita e così votata, possa a lungo perdurare. Noi ci siamo raccolti su di un gran campo di battaglia di quella guerra. Noi siamo venuti a destinare una parte di quel campo a luogo di ultimo riposo per coloro che qui diedero la vita, perché quella nazione potesse vivere. È del tutto giusto e appropriato che noi compiamo quest’atto. Ma, in un senso più vasto, noi non possiamo inaugurare, non possiamo consacrare, non possiamo santificare questo suolo. I coraggiosi uomini, vivi e morti, che qui combatterono, lo hanno consacrato al di là del nostro piccolo potere di aggiungere o detrarre. Il mondo noterà appena, né a lungo ricorderà ciò che qui diciamo, ma mai potrà dimenticare ciò ch’essi qui fecero. Sta a noi viventi, piuttosto, il votarci qui al lavoro incompiuto, finora così nobilmente portato avanti da coloro che qui combatterono. Sta piuttosto a noi il votarci qui al gran compito che ci è di fronte: che da questi morti onorati ci venga un’accresciuta devozione a quella causa per la quale essi diedero, della devozione, l’ultima piena misura; che noi qui solennemente si prometta che questi morti non sono morti invano; che questa nazione, guidata da Dio, abbia una rinascita di libertà; e che l’idea di un governo di popolo, dal popolo, per il popolo, non abbia a perire dalla terra. »
(Discorso del Presidente Lincoln a Gettysburg)

Preghiera a San Francesco di Giovanni Paolo II

Tu che hai tanto avvicinato il Cristo alla tua epoca, aiutaci ad avvicinare il Cristo alla nostra epoca, ai nostri difficili e critici tempi. Aiutaci! Questi tempi attendono Cristo con grandissima ansia. Non saranno tempi che ci prepareranno ad una rinascita in Cristo, ad un nuovo Avvento? Noi, ogni giorno, nella preghiera eucaristica esprimiamo la nostra attesa, rivolta a lui solo, nostro Redentore e Salvatore, a lui che è compimento della storia dell’uomo e del mondo. Aiutaci, san Francesco d’Assisi, ad avvicinare alla Chiesa e al mondo di oggi il Cristo. Tu, che hai portato nel tuo cuore le vicissitudini dei tuoi contemporanei, aiutaci, col cuore vicino al cuore del Redentore, ad abbracciare le vicende degli uomini della nostra epoca. I difficili problemi sociali, economici, politici, i problemi della cultura e della civiltà contemporanea, tutte le sofferenze dell’uomo di oggi, i suoi dubbi, le sue negazioni, i suoi sbandamenti, le sue tensioni, i suoi complessi, le sue inquietudini… Aiutaci a tradurre tutto ciò in semplice e fruttifero linguaggio del Vangelo. Aiutaci a risolvere tutto in chiave evangelica, affinché tu stesso possa essere “Via – Verità – Vita” per l’uomo del nostro tempo. Amen.

Possiamo imparare a essere saggi in tre modi. Il primo è quello dell'imparare a riflettere, ed è il migliore. Il secondo è l'imitazione, ed è il più facile. Il terzo è l'affidarsi all'esperienza, ed è il più doloroso.


In realtà questa trilogia proposta dal grande maestro cinese Confucio (VI-V sec. a.C.) non è necessariamente da ramificare in tre strade separate. Si può, infatti, riflettere scoprendo verità da soli, ma contemporaneamente seguire una guida o un modello per raggiungere una nuova meta di conoscenza e di saggezza. La terza via, quella dell'esperienza, è però il percorso che non si può evitare perché esso è intrecciato indissolubilmente con lo stesso vivere. Fermiamoci, allora, un momento proprio su quest'ultimo modo per conquistare la saggezza. È un itinerario che scandisce l'intera esistenza e, nonostante sia (anche per questo fatto) obbligatorio, non è detto che produca effetti positivi. Anzi, spesso è vero ciò che afferma un altro motto cinese: «L'esperienza è un pettine offerto ai calvi», proprio perché non sembra avere risultati. È una sorta di dono utile che la vita ci presenta, ma che non serve a niente perché la superficialità o l'orgoglio fanno sì che la sua efficacia sia sminuita o annullata. Confucio giustamente osservava che quella dell'esperienza è una via dolorosa. Da un lato, infatti, la si costruisce soprattutto sui propri errori e quindi è il segnale di tanti momenti di lacerazione e di umiliazione. D'altro lato, l'esperienza è un frutto che matura troppo tardi, quando non può essere più gustato e crea allora malinconia. Ecco, allora, la necessità di essere coscienti, coraggiosi e costanti nella vita.
Gianfranco Ravasi

LA PROLISSITÀ

L'arte dello scrivere è omettere, omettere, omettere.
Prima che a scrivere imparate a pensare.

Devo confessarlo io per primo: nella mia vita ho scritto un piccolo oceano di parole e qualche volta mi propongo di entrare in quel silenzio che diventa purificazione e dieta dell’anima. Anche perché, prima o poi, sarà la natura stessa a condurmi a quell’orizzonte di quiete, attraverso la vecchiaia, la debilità della mente e l’allontanamento dei lettori o degli ascoltatori. Oggi, però, non voglio parlare solo a me stesso, ma un po’ a tutti, anche a coloro che al massimo hanno scritto solo i temi in classe, quand’erano alunni, o qualche lettera. Innanzitutto assegniamo la paternità alle due frasi che ho citato: la prima è di uno che sapeva scrivere e bene, Robert L. Stevenson, sì, l’inventore ottocentesco del dott. Jekyll e di mister Hyde o dell’Isola del tesoro; l’altra è del poeta francese del ’600 Nicolas Boileau. La lezione valida per tutti è una sola: bisogna essere attenti al rischio della verbosità, della prolissità, dell’eccesso. Certo, questo vale innanzitutto per i predicatori e gli oratori che spesso danno in lunghezza ciò che non sanno in profondità. Ma c’è anche una chiacchiera comune che diventa prevaricazione e indiscrezione. Non si dice di essere laconici e taciturni sempre, ma guai a scivolare sulla china dei logorroici e dei parolai. In quel fiume grigiastro, da un lato, spesso s’annida la serpe di una parola sbagliata o cattiva, e d’altro lato, si manifesta – come dice Boileau – l’assenza di pensiero. La sobrietà è una dote della vita ma anche del linguaggio. Gianfranco Ravasi


Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo (PIL). Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle […]. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. […] Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani. Robert Kennedy

Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità. Colui che aveva ricevuto 5 talenti andò a impiegarli e ne guadagnò altri 5. Così anche quello che ne aveva ricevuti due , ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone tornò e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto 5 talenti ne presentò altri 5 dicendo:"Signore mi hai consegnato 5 talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque". "Bene; servo buono e fedele - gli disse il padrone - sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto: prendi parte alla gioia del tuo padrone". Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti disse: "Signore, mi hai consegnato 2 talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due". Bene; servo buono e fedele - gli disse il padrone - sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto: prendi parte alla gioia del tuo padrone". Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse "Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il talento sotterra: ecco qui il tuo". Il padrone gli rispose: "Servo malvagio ed infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. Toglietegli dunque il talento e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti".

LE CRITICHE

Negli affari di grande rilievo e importanza è impossibile riuscire a piacere a tutti.
 
Un sacerdote mi sta raccontando una serie di vicende che gli amareggiano la vita: esse sostanzialmente prendono spunto da una sua scelta pastorale, che per altro anch'io condividerei come coerente, la quale però ha creato in alcuni reazioni severe e attacchi aspri.
Mi viene, così, spontaneo ricordare a lui, a me, e ora un po' a tutti una frase di Solone, il famoso legislatore ateniese del VI sec. a.C., considerato uno dei "sette sapienti" dell'antica Grecia. Essa dice una verità ovvia e ininterrottamente sperimentata: se si dovesse badare a tutte le critiche possibili, non si farebbe mai nulla nella vita. E molti, timorosi di esporsi, alla fine si rinchiudono in se stessi, in un'inerzia improduttiva. Certo, bisogna tener conto sia dei giudizi altrui, talora più oggettivi della nostra visione personale, sia dei consigli di chi ha più sapienza e acutezza. Ma poi bisogna decidere, anche in caso di conflitto di opinioni e persino col rischio di essere sottoposti a censure e a biasimi. Nel Medioevo girava un detto latino che affermava scherzosamente che «neanche Giove è gradito a tutti». Alcuni ricorderanno la favola di La Fontaine in cui un mugnaio e suo figlio vengono sempre criticati qualsiasi atteggiamento prendano nei confronti del loro asinello macilento (salendovi sopra ora il padre, ora il figlio, ora entrambi, oppure paradossalmente portandolo loro sulle spalle!). Ma, sia pure con ogni precisazione necessaria, vale sempre il monito di Cristo: «Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi! Facevano così anche coi falsi profeti» (Luca 6, 26).

Gianfranco Ravasi

"INSIEME, TUTTO DIVENTA POSSIBILE"

Miei cari Compatrioti,
voglio che la Repubblica francese sappia conciliare il successo e la fraternità, ragion per cui bisogna dire la verità. Darò a ciascuno di voi la propria dignità,permettendogli di esercitare un' attività. Ho detto ai giovani di periferia che a ciascuno di loro garantirò una formazione, un contratto ed una remunerazione che perverrà da un posto di lavoro. Per questo domanderò loro di svegliarsi presto al mattino, poichè nessuno può sperare di essere aiutato dalla società se non si sacrifica per trarne qualcosa di positivo. Penso alle donne separate a 40 o 45 anni di età o alle vedove, che hanno cresciuto i loro bambini e che anche loro hanno diritto ad una formazione. Voglio costruire una repubblica che permetta ad ognuno di emergere.Voglio che i disabili trovino il loro posto nella società francese. Voglio, in modo particolare,che ogni bambino portatore di handicap possa essere accolto nella scuola della repubblica. Questo è un bene sia per il disabile che per i nostri altri figli in modo tale che questi ultimi possano comprendere che la differenza è una ricchezza. Voglio che le piccole pensioni e le pensioni di reversibilità siano migliorate. Penso al dramma dei malati di Alzheimer, penso al cancro, naturalmente,ma penso anche a tutte le malattie della depressione, al suicidio,perchè la vita è troppo pesante. La Repubblica fraterna per me consiste nel fatto che ognuno tra voi, miei cari compatrioti, possa dirsi: "Se ho un problema, la nazione sarà dietro di me a coprirmi le spalle" e vorrei oltremodo che la nazione possa dirsi : "Abbiamo aiutato uno dei nostri perchè aveva messo un ginocchio per terra, ma ha meritato questo aiuto grazie al suo lavoro, al suo merito, ai suoi sforzi."
Nicolas Sarkozy

Un manager teneva un master sulla gestione del tempo ad un gruppo di responsabili aziendali. In una scatola quadrata trasparente mise dodici palline da tennis e chiese: "La scatola è piena?" - "Sí!" risposero gli allievi. Aprì la scatola e versò della ghiaia che si insinuò tra le palline. "E ora?". Gli allievi tacquero, sgomenti; ed egli aggiunse prima della sabbia e infine dell'acqua. Concluse: "cosa vi ho insegnato?" Ripose uno: "Che - ad organizzarsi bene - si trova il tempo per fare tutto". "No - replicò l'insegnante - se avessi messo le palline alla fine, dopo la ghiaia e la sabbia, non ci ci sarei riuscito. Nella vita occorre prima di ogni altra cosa scegliere le priorità, il resto si può adattare"

LA BICICLETTA

Tu, o Signore, ci hai scelti per essere in un equilibrio strano: un equilibrio che non può stabilirsi né tenersi se non in movimento , se non in uno slancio. Un po’ come una bicicletta che sta su senza girare, una bicicletta che resta abbandonata contro un muro finché qualcuno la inforca per farla correre veloce sulla strada.

Sì, è vero, la bicicletta incarna un paradosso: se è ferma, cade a terra; se è in moto, è in prefetto equilibrio e funzionalità. È su questa elementare rilevazione che Madeleine Delbrêl (1904-1964), straordinaria figura di testimone cristiana negli spazi degradati della banlieu parigina, intesse una parabola spirituale (nell’opera Il piccolo monaco, Gribaudi 1990). Anche l’acqua ferma s’intorbida e si trasforma in palude. Ogni esperienza umana, quando si stinge, corre il rischio di estinguersi. L’eccessiva ricerca di sicurezza religiosa e sociale, pur avendo alla base una motivazione anche legittima, alla fine rende gretti e ristretti di mente e ci rinchiude in una sorta di bozzolo asfittico. Le stesse parole - anche quelle sacre - non sono fatte per rimanere inerti nei libri, ma devono diventare vita, come ci ha insegnato Olmi nel suo mirabile film Centochiodi. «Chi si ferma è perduto», diceva uno degli slogan del passato regime; al di là della retorica, dichiarava una verità che spesso è disattesa. Seduti ai bordi della vita, si lascia che il fiume degli eventi e delle cose passi e così si dissolve la missione che ognuno di noi deve espletare. Ed è drammatico quando questa inerzia è adottata come stile di vita dai giovani, simili a biciclette appoggiate al muretto dove essi passano ore vuote.

Scriveva l’antico Seneca: «Affrettati a vivere bene perché ogni giorno è in se stesso una vita».

Gianfranco Ravasi


Prendi il tempo per riflettere: è una fonte di pace.
Trova un tempo per svagarti: è il segreto della giovinezza. Scegli un tempo per leggere: è la fonte della saggezza.
Prendi il tempo per amare ed essere amato: è un dono di Dio.
Trova il tempo per la tenerezza: è la strada della felicità. Scegli il tempo per sorridere: è una musica per l'anima. Prendi il tempo per dare: è la porta della fraternità.
Trova un tempo per lavorare: è il prezzo del successo.
Scegli il tempo per essere solidale: è la chiave del cielo. Prendi il tempo per pregare: è la forza della tua debolezza.