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1 settembre 2009

SULLA SCELTA DI CELINE DION FINALMENTE PAROLE SENSATE

La mamma gira il mondo
e il figlio congelato attende


Potere della scienza e della tecnica, desiderio di un figlio da far nascere come e quando decide una madre che lavora, e leggi sulla fecondazione artificiale adeguatamente «avanzate», liberali e libertarie, non certo «medievali» e «talebane» come la legge 40 italiana che andrebbe rifatta secondo quanto esige il «progresso». Discorsi non nuovi, di cui non cessano di esser piene le nostre laiche cronache. Nuovo, invece, o almeno inaspettato, è il modo in cui li affrontava Giovanna Zucconi, in un suo laico editoriale comparso domenica scorsa.

Si soffermava sulla vicenda di Céline Dion, la famosa cantante canadese, una delle più incantevoli voci che sia dato di sentire oggi al mondo. Céline, giunta a 41 anni, ha annunciato con largo anticipo, che attende per maggio 2010 il secondo figlio, concepito contemporaneamente col suo primo bambino, René Charles, che però oggi ha già otto anni. Dieci anni fa, al marito e suo impresario, René Angélil – oggi 67enne –, cui era stato diagnosticato un tumore, fu prelevato il seme prima della chemioterapia. Con quello furono fecondati due embrioni: uno fatto nascere subito (si tratta di René Charles) e uno (rimasto in congelatore per tutto questo tempo a New York) che, se la gravidanza appena iniziata andrà a buon fine, come tutti ci auguriamo, nascerà il prossimo maggio quando il suo fratello "gemello" andrà verso i nove anni di vita. Prima di questo, Céline aveva altri impegni: per esempio completare una tournée intorno al mondo da 273 milioni di dollari. Doveva, insomma, conciliare esigenze di lavoro e carriera col suo desiderio di maternità.

Tuttavia, ricordano le cronache, Céline, fin dalla nascita di René Charles, aveva annunciato ai mass media che «esisteva un gemello da laboratorio». E aveva sottolineato: «Non so se è buono (sic!) per sempre, ma credo che si conservi. Andrò a prendermelo, poco ma sicuro». «Che tono da film western», scappa detto a Giovanna Zucconi nel commentare le intrepide dichiarazioni di mamma Céline. La quale sta parlando di un figlio, e un figlio desiderato, anche se le parole che usa non sono diverse da quelle che si potrebbero usare, che so, per un uovo dimenticato in frigorifero, per uno yogurt di cui non si è certi della data di scadenza, per un prodotto cosmetico e simili. Insomma, per una cosa, non per una persona.

Fin qui i fatti. Sui quali Zucconi, pur colpita dalle disinvolte dichiarazioni di Céline, invita a non esprimere giudizi affrettati. E ricorda che la cantante (ultima di 14 figli) prima di diventare ricca e famosa era poverissima, che il successo ha diritto a mantenerlo, che il marito è stato ammalato, eccetera. Vai a sapere se si tratta di un caso di «capriccio divistico, di oltranza medico-tecnologica, di superomismo», o se invece è solo una madre in carriera che però i figli li ama e li vuole. E fin qui si potrebbe anche esser d’accordo, almeno in parte.

A Céline e a tutte le altre (e a chi si batte per queste leggi «più avanzate» da portare anche in Italia) Zucconi fa una preghiera: che questo modo di pensare, di fare, di parlare «non diventi un’abitudine». Ottimo auspicio, ma del tutto improponibile: perché mai, se la legge lo permette e una Céline Dion se ne avvale, in base a quale criterio, morale o altro, si potrebbe vietarlo ad altre cento, mille, centomila donne che facessero (e fanno già in Paesi «avanzati») lo stesso?

Zucconi ha anche un pensiero per il piccolo René Charles: saprà già come è nato? Chi gli spiegherà che è nato in provetta, e «magari da un programma di gossip»? E come si riuscirà a fargli capire che sta per nascergli un fratello che ha la «sua età ma anche no»? Domande quanto mai pertinenti, quanto mai umanamente attente ai diritti e alla sensibilità di chi, in quelle famosissime leggi «avanzate», non ha nessuna voce in capitolo: i non nati, i bambini, quelli che non votano, che non possono parlare. Quelli che si possono fabbricare, introdurre in utero o buttare, tenere in congelatore, scongelare, far nascere secondo i tempi, i modi, le esigenze di lavoro e di carriera di altri. Che poi, a un certo punto, si scopre che si chiamano «mamma e papà». Certo: ma quando li senti parlare, chi lo direbbe?


Gabriella Sartori


(www.avvenire.it)




permalink | inviato da federicamancinelli il 1/9/2009 alle 9:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


31 agosto 2009

NEOCOLONIALISMO PROCREATIVO

Solo briciole di progresso alle donne d’Africa
La notizia è fresca di stampa e proviene dalla rivista britannica New Scientist: le tecniche di procreazione medicalmente assistita sbarcano in Africa. Saranno presto disponibili a prezzi stracciati in alcuni Paesi della costa mediterranea (primo fra i quali l’Egitto) e del continente nero (Sudan e Tanzania) grazie ai centri costruiti da una fondazione svizzera ideata dal pioniere della fecondazione in vitro, Alan Trounson, l’attuale presidente dell’Istituto per la medicina rigenerativa, che ha sede in California.

Dopo i voli aerei last minute, i ristoranti fast food e le vacanze stay for free, anche la procreazione artificiale ha imboccato la strada del low cost (non in Europa o negli Stati Uniti, però, dove i prezzi degli interventi continuano a essere elevati). In fondo, sembrano suggerire gli organizzatori di questa operazione, basta sapersi accontentare di quello che si può offrire sul posto, considerate le scarse risorse sociali e sanitarie.

Così, al posto dei costosissimi protocolli di stimolazione ovarica controllata che impiegano le forme ricombinanti delle gonadotropine (quelle di nuova generazione, attualmente usate in Occidente), le donne saranno trattate con il clomifene, un farmaco generico somministrabile con la modica spesa di 11 dollari a ciclo. Per le attrezzature di laboratorio biotecnologico ci ha già pensato un’azienda del Massachusetts: i sofisticati incubatori cellulari ad anidride carbonica, usati per la coltura in condizioni di sterilità microbiologica degli embrioni prima del trasferimento in utero, verranno sostituiti da piccole capsule in plastica che li conterranno insieme al terreno nutritivo e saranno inserire in vagina per tre giorni (hanno mai considerato, i proponenti di simili trovate, alle condizioni igieniche in cui, purtroppo, vive la maggior parte delle donne africane?).

Quanto ai microscopi, necessari per l’osservazione della fertilizzazione in vitro e dello sviluppo embrionale, l’articolo di New Scientist rivela che si sta pensando a modelli un po’ rudimentali, ma certo più economici di quelli in uso da noi. Sembra esserci una soluzione per ogni problema, pur di farcela nell’eroico intento di portare la più avanzata medicina della riproduzione laddove non è ancora arrivata l’ordinaria diagnosi e terapia delle più comuni malattie che devastano le popolazioni africane e provocano milioni di morti ogni anno.

Ben inteso, l’infertilità non è solo un problema delle coppie che vivono nei Paesi del benessere economico e sociale. In Africa si stima che colpisca una coppia su tre in età feconda. La prevalenza delle cause è diversa rispetto a quella occidentale: sono soprattutto le infezioni a trasmissione sessuale, le carenze alimentari, la scarsa igiene personale causata dalla diffusione dei parassiti e dalla mancanza di acqua, e la pratica delle mutilazioni genitali a impedire il concepimento. Non sarebbe più ragionevole e giusto investire risorse economiche e umane per iniziative di aiuto alimentare e sanitario e di educazione familiare e sociale capaci di rimuovere le cause maggiori di sterilità che, in larga parte, coincidono con quelle di numerose altre malattie e disabilità diffuse in quel continente?

Sembra invece farsi strada una nuova forma di invasione commerciale del mercato della salute africana. Nello stile della vecchia politica coloniale, si vuole concedere ai meno poveri tra i poveri una briciola del «progresso moderno» (coloro che potranno permettersi la procreazione assistita low cost saranno, comunque, assai pochi e non certo chi già manca di acqua e cibo e dei farmaci essenziali) per lasciare nella miseria e nella disperazione disumana il resto della popolazione. Una nuova ingiustizia si aggiunge così a quelle già perpetrate e tuttora in corso.


Roberto Colombo

(www.avvenire.it)




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9 luglio 2009

IL G8 COME OCCASIONE ATTESA DALLA STORIA

Il sistema delle relazioni convertito al bene comune

Forse è giunto il momento di concludere un trattato di pace con il nostro pianeta e i suoi abitanti. In apparenza potrebbe sembrare una locuzione utopistica all’eccesso, eppure è quanto si evince da un’attenta lettura dei numerosissimi appelli lanciati in questi giorni ai Grandi della Terra dalla società civile e da menti illuminate, il Papa in primis.

E se l’odierna, balorda, egoistica ricerca del profitto a tutti i costi, colpevole di tante disgrazie tra le masse impoverite, non si convertisse in un progetto compatibile con il rispetto dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, e all’ecosistema nel suo complesso, l’alternativa sarebbe la perdita progressiva, per certi versi già drammaticamente in atto, della vita stessa. Non v’è dubbio allora che occorre decisamente passare dalle parole ai fatti, imprimendo alla politica un approccio olistico, con un orizzonte aperto a tutto campo.

Non foss’altro perché i grandi accumuli di questioni irrisolte – dalla sicurezza alimentare, alla riforma dell’economia mondiale; dalla messa a punto di strumenti nuovi per il finanziamento degli aiuti, allo sblocco del negoziato sul commercio di Doha; dalla riduzione delle emissioni di gas Serra, al protagonismo politico dei Paesi in via di sviluppo (Pvs) nello scacchiere della geo­politica mondiale – ci obbligano a vivere un passaggio nodale della nostra complessa vicenda umana. Ai criteri di appartenenza esasperati dalle gelosie identitarie di questa o quella nazione, si affianca la richiesta di aggregazioni planetarie per cui le scelte andrebbero davvero condivise.

Coloro che siedono oggi nella cosiddetta 'stanza dei bottoni', tanto preoccupati per gli effetti della recessione, dovrebbero comprendere che il sistema globale delle relazioni sociali, politiche ed economiche ha estremo bisogno di redenzione attraverso l’affermazione del 'bene comune'. Basti pensare alla crescente divaricazione nel 'modus vivendi' tra coloro che dispongono di patrimoni smisurati e i popoli diseredati del Sud del mondo. Un fenomeno acuitosi con l’accrescimento costante, in flagrante violazione delle leggi naturali, di uno e uno solo degli indicatori economici possibili, il Prodotto interno lordo (Pil). Mentre invece il buon senso dice che la ricchezza prodotta dai sistemi economico/industriali non dovrebbe consistere soltanto in beni e servizi, essendoci anche altre forme di ricchezza sociale, come la salute degli ecosistemi, la qualità della giustizia, le buone relazioni tra i componenti di una società e più società tra loro, il grado di uguaglianza, il carattere democratico delle istituzioni, e così via.

Ma proprio in questo costante fluire della storia, proprio perché i trionfi della scienza e della tecnica hanno innescato mutamenti che sembrano schizzare alla velocità della luce investendo ogni aspetto della nostra vita, occorre riappropriarsi, nei limiti concessi dalla Provvidenza, del proprio destino comune. È questa la responsabilità che ricade non solo sui Paesi membri del G8, ma anche su certe economie sempre più avanzate come quella cinese.

Alle promesse tradite del passato – quelle proclamate con enfasi al termine di ogni vertice dei Grandi per essere poi disattese – occorre passare ad una fase attuativa facendo valere il principio secondo cui tutto ciò che è possibile fare per sé stessi non coincide necessariamente con le esigenze degli altri. E siccome all’Aquila in questi giorni si ripresenterà il confronto tra gli interessi di parte delle Potenze avanzate e quelli dei popoli che si misurano quotidianamente con avversità d’ogni genere, noi vorremmo che le scelte questa volta fossero davvero ispirate al sacrosanto rispetto degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio sanciti solennemente nell’anno 2000. Sovviene allora quasi istintivamente alla fine del nostro ragionamento il celebre diagramma di John Kenneth Galbraith, «I ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri».

Sì, quasi vi fosse nella Storia una sorta di cinica ingiustizia da iscrivere nell’ordine dei fenomeni naturali. Se così fosse, il fallimento sarebbe dichiaratamente contro il Vangelo.


Giulio Albanese

(www.avvenire.it)




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8 luglio 2009

NELL'ESPERIENZA DEL CREDERE IL FONDAMENTALE DEL "COME"

Cattolici, non narcisi

Perché l’espressione 'cattolico adulto' mi appare equivoca e irritante? In primo luogo perché la percepisco come sottilmente discriminante. Se misurati a partire da questa categoria, i credenti che non facessero parte degli 'adulti', cioè del gruppo delle persone responsabili, capaci di intendere e di volere, dovrebbero essere considerati alla stregua di 'minorenni', cioè come bambini fondamentalmente irresponsabili, privi di discernimento e quindi bisognosi dell’aiuto degli 'adulti' per vivere correttamente la loro fede. In secondo luogo, perché (dobbiamo prenderne atto) quella di 'cattolico adulto' è una qualifica che un soggetto ordinariamente si autoattribuisce, con una buona dose di narcisismo. Ma con quale legittimazione?

Il problema naturalmente non sta nel sostenere o nel negare che esistano cattolici 'adulti' e cattolici 'minorenni' (è chiaro che possono esistere!), ma nello stabilire a chi spetti il compito di individuare gli uni e gli altri e in base a quali criteri. Il problema non è piccolo, perché, come è evidente, se i cattolici 'adulti' sono buoni, quelli non adulti sono da ritenere addirittura troppo immaturi, per essere giudicati sia buoni che cattivi. Ad alcuni potrà apparire che sto ponendo una questione non solo molto facile a risolversi, ma ormai risolta da tempo. Si deve ritenere adulto, lodevolmente adulto, il cattolico che prima di ogni altra voce ascolta i dettami della propria coscienza; colui che sia quindi portato a sospettare nei confronti di chi gli chieda docilità e adesione a tesi o a pratiche che egli non senta sue; colui che sia pronto quindi a dire di no a richieste (vengano queste dalla voce del parroco o dal magistero del Papa) che gli appaiano non solo indebite, ma semplicemente non convincenti. Andrebbe, in buona sostanza, ritenuto 'adulto', colui per il quale l’ubbidienza non è (più o almeno necessariamente) una virtù.

Ai cattolici non adulti altro non resterebbe quindi che 'crescere', lentamente e pazientemente. Questo discorso, pur apparentemente così suggestivo, non funziona. Come in altri casi, infatti, in questo discorso si confonde l’esperienza politica, alla quale davvero possono partecipare esclusivamente soggetti 'adulti' (nel senso sopra descritto), con l’esperienza ecclesiale, che ha una natura profondamente diversa. È da questa confusione che deriva l’immagine caricaturale che viene inevitabilmente elaborata a carico dei cattolici 'non adulti', presentati come dei bambini o come degli sciocchi, il cui unico orizzonte si trova a essere quello di un’ubbidienza passiva, se non cieca, all’autorità della Chiesa e ai suoi pastori.

Le cose non stanno così. Vivere, da cattolici, la fede significa avere la consapevolezza che nessuno può credere 'da solo'. L’esperienza della fede è esperienza di comunione: credere 'in' è indissolubile dal credere 'con'. Ecco perché la voce della coscienza (voce preziosa e irrinunciabile, che mai deve essere manipolata o soffocata) non può essere assunta in una chiave solipsistica, come è evidente in coloro che della coscienza fanno un oracolo interiore, privato, incomunicabile.

Ascoltare la voce della Chiesa (cioè della comunità alla quale si appartiene e quindi la voce dei pastori, del magistero, del Papa, che di questa comunità sono parte prioritaria, nella logica del servizio alla verità) non significa soffocare la propria voce interiore o assumere atteggiamenti infantilmente passivi, ma capire che quel continuo dialogo ecclesiale, al quale tutti i fedeli sono chiamati a partecipare, non è dialogo tra chi è adulto e chi adulto non è, ma tra fratelli che condividono le stessa speranza e vanno insieme alla ricerca di quale, tra le tante che si offrono, sia la via giusta da percorrere. Non esistono veri cattolici che siano legittimati, in quanto cattolici, a qualificare se stessi come 'adulti': l’esperienza di una fede, chiamata a vivere nella comunione ecclesiale, non offre giustificazione alcuna a simili atteggiamenti narcisistici.


Francesco D'Agostino

(www.avvenire.it)




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8 luglio 2009

LA NUOVA ENCICLICA

 
«Carità e Verità sono la base
dello sviluppo dei popoli»


Carità e Verità sono i "due termini che hanno segnato il magistero in questi anni di pontificato" e non è quindi un caso che la prima enciclica sociale di Benedetto XVI (la terza del suo pontificato) sia intitolata "Caritatis in veritate". E' quanto ha sottolineato il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio GIustizia e Pace, presentando questa mattina alla stampa il testo dell'enciclica "sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità". Martino ha anche sottolineato la continuità con la Populorum Progressio di Paolo VI di cui originalmente avrebbe dovuto essere la commemorazione a 40 anni dalla pubblicazione. La redazione della "Caritas in veritate" ha richiesto più tempo del previsto e non ha potuto dunque essere pubblicata nel 2007, ma la nuova enciclica si presenta comunque come un approfondimento e allargamento della Populorum Progressio.

Il cardinal Martino giustifica la nuova enciclica con i profondi cambiamenti avvenuti nel mondo dopo l'ultima encilica sociale di Giovanni Paolo II, la "Centesimus Annus", di 20 anni fa.

Quantro alle novità dell'enciclica, esse sono state sottolineate da mons. Giampaolo Crepaldi, segretario uscente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace e arcivescovo eletto di Trieste, secondo cui il punto di vista sintetico assunto dall'enciclica è che "il ricevere precede il fare". Vale a dire che "bisogna convertirsi a vedere l'economia e il lavoro, la famiglia e la comunità, la legge naturale posta in noi ed il creato posto davanti a noi e per noi come una chiamata - la parola 'vocazione' ricorre spesso nell'enciclica - ad una assunzione solidale di responsabilità per il bene comune". Per questo il più grande aiuto che la Chiesa può dare allo sviluppo è l'annuncio di Cristo".

Altra novità fondamentale è che "i due fondamentali diritti alla vita e alla libertà religiosa trovano per la prima volta una esplicita e corposa collocazione in una enciclica sociale", ha detto Crepaldi, che ha poi aggiunto: "Nella Caritas in veritate la cosiddetta questione antropologica diventa a pieno tiolo questione sociale. La procreazione e la sessualità, l'aborto e l'eutanasia, le manipolazioni dell'identità umana e la selezione eugenetica sono valutati come problemi sociali di primaria importanza che, se gestiti secondo una logica di pura produzione, deturpano la sensibilità sociale, minano il senso della legge, corrodono la famiglia e rendono difficile l'accoglienza del debole".

L'altro tema nuovo dell'enciclica, ha proseguito Crepaldi, "è l'ampia trattazione del problema della tecnica", che costituisce "la più grande sfida al principio della precedenza del ricevere sul fare".


(www.avvenire.it)




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3 luglio 2009

INTERVISTA ESCLUSIVA

Obama: con il Papa una collaborazione
per aiutare il mondo

Barack Obama intende chiedere agli Otto Grandi che si riuniranno all’Aquila la prossima settimana di aumentare i loro sforzi in aiuto dei Paesi poveri, quelli maggiormente colpiti dalla recessione globale. All’Italia, in particolare, il presidente americano chiederà invece di fare di più per sostenere lo sviluppo economico dell’Afghanistan. E con papa Benedetto XVI, che incontrerà al termine del G8, il leader Usa è ansioso di discutere il modo di far ripartire il processo di pace in Medio Oriente.
Durante una lunga intervista nella West Wing della Casa Bianca con un ristrettissimo gruppo di giornali, fra i quali Avvenire era l’unico quotidiano italiano, Obama ha illustrato le sue aspettative per il viaggio che mercoledì prossimo lo porterà in Italia e in Vaticano.
Presentatosi nell’intima Roosevelt Room esattamente alle 10 e mezzo della mattina di ieri, come previsto, Barack Obama ha risposto per più di un’ora a una dozzina di domande poste dalla manciata di cronisti (domande che non erano state anticipate alla Casa Bianca) senza mai rifiutarsi di commentare gli argomenti che gli venivano presentati. Nelle sue risposte si è sempre sforzato di sottolineare gli elementi positivi di tutte le posizioni, soprattutto sui temi più controversi. Quella che segue è un’amplissima sintesi della conversazione.

Signor presidente, quale impegno spera emerga dal G8 dell’Aquila nei confronti dei Paesi più poveri?
Dal G8 vorrei poter ottenere la convinzione che eravamo seri quando ci siamo incontrati a Londra e abbiamo specificamente parlato della necessità non solo di stabilizzare l’economia, ma anche di far sì che gli effetti immediati della crisi non siano subiti in modo sproporzionato dai Paesi più vulnerabili. Come risultato dell’incontro di Londra, abbiamo cercato i modi per contribuire a rendere l’impatto della crisi meno duro. Per questo ho fatto approvare dal Congresso uno stanziamento di 100 miliardi di dollari in crediti per il Fondo monetario internazionale, da usare come strumento di sostegno ai Paesi in via di sviluppo. Come Stati Uniti, inoltre, abbiamo già in programma di raddoppiare gli aiuti alle nazioni povere, non solo per interventi immediati, ma anche per il futuro. La priorità dell’America al prossimo G8 è proprio di indurre gli altri Paesi a fare altrettanto.

Il Papa, durante il suo recente viaggio in Terra Santa, ha invocato una «pace giusta e duratura». I negoziati di pace in Medio Oriente sono tuttavia giunti a uno stallo, in parte a causa delle resistenze di Israele a fermare la crescita degli insediamenti in Cisgiordania. Come pensa di convincere lo Stato ebraico a superare queste resistenze e come intende far ripartire un negoziato basato sul principio di due popoli, due Stati?
Con gli israeliani siamo stati molto chiari nell’affermare che gli insediamenti devono essere fermati. Ma sappiamo che non sarà facile per Israele, perché gli insediamenti continuano da molti anni. Il primo ministro Netanyahu inoltre deve fare i conti con una serie di difficili condizioni politiche in patria. Ciò detto, i colloqui che stiamo avendo con gli israeliani sono molto costruttivi. D’altra parte, non è solo colpa di Israele. I palestinesi hanno la responsabilità di fermare la violenza e i Paesi arabi della regione devono capire che, se Israele è chiamato a prendere decisioni politiche assai difficili, loro devono riconoscere che lo Stato ebraico ha bisogno di sicurezza, come ogni altro Paese. Ciò che gli Stati Uniti possono fare, senza imporre la soluzione, è mettere uno specchio di fronte a entrambe le parti per mostrare loro le conseguenze delle proprie azioni. Questo è un tema sul quale sono ansioso di discutere con il Santo Padre, che credo condivida il mio approccio.

Quali altri temi intende affrontare con Benedetto XVI?
Ho avuto una meravigliosa conversazione telefonica con il Papa subito dopo le elezioni. E sebbene politicamente veda l’incontro come un colloquio con un capo di governo straniero, mi rendo conto che, naturalmente, è molto di più. Capisco bene quale influenza il Papa abbia, ben oltre i confini della Chiesa cattolica. Il Pontefice gode del mio massimo rispetto personale, come figura che unisce una grande cultura a una grande sensibilità. L’opera che ha svolto per il dialogo fra le fedi è notevole. E immagino abbia già sperimentato il rischio che deriva dal mettere insieme, a confronto, gruppi di posizioni opposte, come si è visto in Israele. Ma bisogna essere convinti del fatto che avviare il processo, far partire il dialogo, può portare a maggiore comprensione fra chi è stato su fronti diversi. Spero che con il Santo Padre saremo in grado di trovare temi sui quali avere una duratura collaborazione: dalla pace in Medio Oriente alla lotta alla povertà, dai cambiamenti climatici all’immigrazione. Tutti ambiti nei quali il Papa ha assunto una leadership straordinaria.

In molti altri ambiti, in particolare sul rispetto della vita e del matrimonio, la Chiesa cattolica, e i vescovi cattolici americani, hanno però espresso critiche e preoccupazioni nei confronti delle sue posizioni. Come pensa di affrontare tali critiche? O ritiene che finirà con l’ignorarle?
Non ci sarà mai un momento in cui deciderò di ignorare le critiche dei vescovi cattolici, perché sono il presidente di tutti gli americani e non solo di quelli che, per caso, sono d’accordo con me. Prendo molto seriamente le opinioni delle altre persone e i vescovi americani hanno una profonda influenza sulla Chiesa e anche sulla comunità nazionale. Vari vescovi sono stati generosi nelle loro opinioni e incoraggianti nei miei confronti, benché rimangano differenze su alcune questioni. Difenderò sempre con forza il diritto dei vescovi di criticarmi, anche con toni appassionati. E sarei felice di ospitarli qui alla Casa Bianca a parlare dei temi che ci uniscono e di quelli che ci dividono, in una serie di tavole rotonde. Ci saranno tuttavia sempre ambiti nei quali non sarà possibile trovare pieno accordo.

Lei ha nominato un gruppo di lavoro, composto da rappresentanti dei movimenti che difendono la vita e di associazioni che sostengono il diritto all’aborto, con lo scopo di trovare posizioni comuni. Quali sono le sue attese realistiche sul risultato dei lavori?
Quel gruppo dovrà fornirmi un rapporto finale entro l’estate e non ho l’illusione che sia in grado, con il solo dibattito, di fare scomparire le differenze. So che ci sono punti in cui il conflitto non è conciliabile. La cosa migliore che possiamo fare è ribadire che esistono persone di buona volontà su entrambe i fronti e che si possono trovare elementi sui quali lavorare insieme. Fra questi, la necessità di aiutare i giovani a prendere decisioni intelligenti in modo che evitino gravidanze non desiderate, l’importanza di rafforzare l’accesso all’adozione come alternativa all’aborto e il dovere di prendersi cura delle donne incinte e di aiutarle a crescere i loro bambini. Ci sono elementi, come la contraccezione, sui quali le differenze sono profonde. La mia posizione personalmente è che si debba coniugare una solida educazione morale e sessuale alla disponibilità di contraccettivi. Riconosco che ciò va in conflitto con la dottrina della Chiesa cattolica. Ma sarei sorpreso se i sostenitori del diritto all’aborto non fossero d’accordo che bisogna ridurre le circostanze in cui una donna decide di interrompere la gravidanza.

Alcuni cattolici lodano il suo contributo alla promozione di temi di giustizia sociale, altri la criticano per la sua posizione sui temi della vita, dall’aborto alla ricerca sulle cellule staminali. La vede come una contraddizione?
Questa tensione del mondo cattolico esisteva ben prima del mio arrivo alla Casa Bianca. Quando ho cominciato a interessarmi di giustizia sociale, a Chicago, i vescovi cattolici parlavano di immigrazione, nucleare, poveri, politica estera. Poi, a un certo punto, l’attenzione della Chiesa cattolica si è spostata verso l’aborto e ciò ha avuto il potere di spostare l’opinione del Congresso e del Paese nella stessa direzione. Sono temi cui penso molto, ma non sta a me risolvere queste tensioni. Ho visto tuttavia come si possa tentare una conciliazione. Il cardinal Joseph Bernardin, che ho conosciuto a Chicago, parlava chiaramente ed esplicitamente della difesa della vita. E vi includeva anche la lotta alla povertà, il benessere dell’infanzia, la pena di morte. Questa parte della tradizione cattolica mi ispira continuamente e ha avuto un forte impatto su mia moglie. A volte penso che sia stata seppellita sotto il dibattito sull’aborto. Desidero invece che resti in primo piano nel dibattito nazionale.

Signor presidente, ha già scelto una chiesa da frequentare con la sua famiglia?
Io e Michelle abbiamo deciso di prendere tempo prima di scegliere la nostra prossima parrocchia perché, onestamente, siamo rimasti profondamente colpiti, turbati e delusi da quanto è successo a Trinity Church con il reverendo Wright (il pastore nero che ha fatto da padre spirituale ad Obama per 20 anni e che, durante la campagna elettorale, fece scalpore per la sua “maledizione” all’America, ndr). Sappiamo anche che la chiesa che frequentiamo può essere vista come la nostra "portavoce". E sappiamo che la nostra presenza rende la vita difficile agli altri fedeli. Potremmo decidere di spostarci fra diverse di parrocchie, anche se questo ci toglierebbe l’esperienza di appartenere a una comunità e di partecipare alla vita della chiesa. Mi aiuta però avere un gruppo di pastori di diverse denominazioni che vengono a pregare con noi. Inoltre, Joshua (Joseph DuBois, dell’ufficio della Casa Bianca per le iniziative fondate sulla fede, ndr) mi manda una riflessione devozionale ogni mattina sul mio Blackberry. Ha cominciato a farlo durante un momento difficile della campagna elettorale ed è un’abitudine che mi offre uno spunto su cui riflettere ogni giorno e che apprezzo moltissimo.

Molte persone, non solo medici, che offrono la propria opera in istituzioni e organizzazioni non governative sono molto preoccupate di non poter esercitare obiezione di coscienza in campi eticamente sensibili. La posizione della sua Amministrazione in merito non è del tutto chiara...
Sono fermamente convinto della necessità di avere una forte obiezioni di coscienza nel nostro Paese. L’ho difesa nel Parlamento dell’Illinois, ne ho discusso con il cardinale Francis George qui nello Studio Ovale e l’ho ripetuto durante il mio intervento all’università di Notre Dame. Capisco che c’è qualcuno che si aspetta sempre il peggio da me su certi temi, ma è più un preconcetto che una posizione motivata da una "linea dura" che staremmo cercando di imporre. La confusione può essere derivata dal fatto che abbiamo cancellato una misura sull’obiezione di coscienza approvata negli ultimissimi giorni di governo del mio predecessore solo perché non era stata formulata chiaramente. Ma stiamo rivedendo la questione e abbiamo richiesto pareri in merito alla gente, ricevendone centinaia di migliaia. Presto renderemo note linee guida più dettagliate e vi assicuro che conterranno una precisa difesa dell’obiezione di coscienza. Non più debole di quella che esisteva durante l’amministrazione Bush.

Come concilia la sua fede con le promesse fatte durante la campagna elettorale agli omosessuali?
Quanto alla comunità gay e lesbica di questo Paese, penso che venga ferita da alcuni insegnamenti della Chiesa cattolica e dalla dottrina cristiana in generale. Come cristiano, combatto continuamente fra la mia fede e i miei doveri e le mie preoccupazioni nei confronti di gay e lesbiche. E spesso scopro che c’è molto ardore su entrambi i fronti del dibattito, anche fra chi considero essere ottime persone. D’altra parte, rimango fermo a quanto ho espresso al Cairo: ogni posizione che liquidi in modo automatico le convinzioni religiose e il credo altrui come intolleranti non capisce il potere della fede e il bene che compie nel mondo. In ogni caso, come persone di fede dobbiamo esaminare le nostre convinzioni e chiederci se a volte non stiamo causando sofferenza agli altri. Penso che tutti noi, di qualsiasi fede, dovremmo riconoscere che ci sono state volte in cui la religione non è stata messa al servizio del bene. E sta a noi, penso, compiere una profonda riflessione ed essere disposti a chiederci se stiamo agendo in modo coerente non solo con gli insegnamenti della Chiesa, ma anche con quanto Gesù Cristo, Nostro Signore, ci ha chiamati a fare: trattare gli altri come noi vorremmo essere trattati.

Presidente, per concludere, si aspetta che l’Italia faccia di più per la sicurezza in Afghanistan in vista delle elezioni presidenziali di fine estate? E in che ambito precisamente?
L’Italia ci ha già aiutati molto in Afghanistan con il suo impegno militare. Quello di cui continuiamo ad avere bisogno è collaborazione nell’addestramento delle forze locali, che dovranno, prima o poi, assumersi la responsabilità della difesa del loro Paese. La comunità internazionale deve anche aumentare i propri sforzi tesi ad accelerare e facilitare lo sviluppo economico afghano, a creare infrastrutture, occupazione, scambi commerciali, a espandere l’istruzione, in modo da offrire alla popolazione un’alternativa alla coltivazione dell’oppio. Di questo parlerò esplicitamente con il premier Berlusconi durante il G8 dell’Aquila.

Elena Molinari
(www.avvenire.it)




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1 luglio 2009

L'ENCICLICA "CARITAS IN VERITATE"

 SE IL PAPA PARLA DI SVILUPPO SOSTENIBILE NON PARLA CERTO DI AMBIENTE

Lunedì 29 giugno Benedetto XVI ha firmato la nuova enciclica sociale – la terza del suo pontificato – dal titolo “Caritas in veritate”. Si rimane in attesa della presentazione dell’enciclica in Sala Stampa nei prossimi giorni, da parte del Presidente e del Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, rispettivamente il cardinale Martino e il vescovo Crepaldi, che hanno particolarmente coadiuvato il papa per la stesura di questo importante documento.

Parlando ai fedeli all’Angelus di lunedì scorso, il papa stesso ha ricordato l’evento della firma della nuova enciclica, invitando a pregare perché essa possa suscitare energie nuove a sostegno, ha detto, dello “sviluppo sostenibile”. E’ probabile che questo aggettivo adoperato da Benedetto XVI – “sostenibile” – possa venire frainteso e suscitare così false aspettative sull’enciclica. La sostenibilità di cui parla Benedetto XVI non è solo - né in primo luogo – quella ambientale, come spesso oggi si intende dire quando si adopera il termine sostenibilità. Egli nell’enciclica parlerà soprattutto della sostenibilità umana dello sviluppo e, anche, della sostenibilità evangelica.

Anche nelle parole pronunciate all’Angelus di lunedì, Benedetto XVI ha ripetuto quello che dice da sempre: non c’è sviluppo se non umano e non c’è sviluppo umano senza la luce del Vangelo. Parlando infatti della chiusura dell’anno paolino, Benedetto XVI ha esortato a «rimanere fedeli alla vocazione cristiana e a non conformarvi alla mentalità di questo mondo – come scriveva l’Apostolo delle genti proprio ai cristiani di Roma -, ma a lasciarvi sempre trasformare e rinnovare dal Vangelo, per seguire ciò che è veramente buono e gradito a Dio (cfr Rm 12,2)». Gli organi di stampa aspettano l’uscita dell’enciclica per soppesare come il papa valuterà la crisi finanziaria in corso, ma il vero senso dell’enciclica sarà di riproporre la necessità pubblica della luce evangelica per capire e promuovere il vero sviluppo. Sviluppo “sostenibile” dall’uomo, quindi sviluppo umano. Lo sviluppo, infatti, o è umano o non è sviluppo.

Da questa luce il papa trarrà, come ha detto sempre all’Angelus di lunedì, alcune riflessioni in ricordo della Populorum Progressio di Paolo VI, scritta nel lontano 1967. La “Caritas in veritate”, infatti, era originariamente stata concepita come commemorativa dei 40 anni della Populorum progressio, ossia dell’enciclica che per prima parlò dello sviluppo dei popoli, dilatando la “questione sociale” a livello mondiale. La elaborazione del testo della nuova enciclica ha richiesto più tempo del previsto, per cui essa non è potuta uscire nel 2007. Mantiene però ugualmente la struttura della commemorazione e dell’aggiornamento della Populorum progressio. E che criteri adopererà per realizzare questa attualizzazione? Sempre all’angelus di lunedì scorso il papa ci ha detto che lo farà “alla luce della carità nella verità”, come del resto dice anche il titolo della nuova enciclica.

Si noti che la prospettiva è piuttosto originale. Nella Lettera agli Efesini, Paolo dice che si deve fare la “verità nella carità” (anche se nella prima ai Corinti dice che la carità “si compiace della verità”). Il papa invece ha qui scambiato i termini. Egli non vuole certo negare l’importanza della carità – ha scritto un’enciclica per dire che Deus caritas est – ma richiamarci al fatto che l’amore del prossimo è autentico amore quando lo rispetta nel suo essere, nelle sue profonde esigenze umane e dentro il progetto di Dio. Viceversa l’amore si riduce a sentimento, la carità a interessata assistenza e gli aiuti a chi è nel bisogno diventano preda di logiche scorrette e scomposte. Questo vale anche nelle varie forme di aiuto a chi è ancora indietro nel progresso: di fatto non si aiutano i paesi poveri se non si rispetta la verità delle regole economiche, se non si tiene conto di come vengono gestiti gli aiuti, se non si promuove lo sviluppo in tutta la verità delle sue forme e non solo in quelle materiali. Del resto la verità dello sviluppo pone molte domande inquietanti anche ai paesi ricchi e progrediti, perché il loro “supersviluppo” spesso non è vero sviluppo.

Non deve passare inosservato che se la carità è autentica solo nella verità, allora la carità cristiana può vantare una pretesa pubblica, in quanto promuove la vera umanità, rispetta le esigenze della ragione comune a tutti gli uomini, non si qualifica come un atteggiamento sentimentale ma come una proposta di umanizzazione delle relazioni sociali. Se la carità è radicata nella verità, allora può essere comunicata e fatta oggetto di dibattito razionale pubblico. Il titolo è quindi molto “ratzingeriano” ed esprime ancora una volta la convinzione che il cristianesimo è la religione “dal volto umano”.

Credo che la nuova enciclica di Benedetto XVI, proprio perché proporrà una carità dentro la verità, eliminerà molti luoghi comuni sullo sviluppo, metterà in evidenza le molte nuove ideologie che pesano anche oggi sullo sviluppo – dal terzomondismo che rimane ancora legato alla obsoleta contrapposizione Nord-Sud, all’ecologismo che condanna le “colpe” contro la natura e parla di “diritti della natura” mentre sia le colpe che i diritti riguardano solo l’uomo, alla decrescita che testimonia una scarsa fiducia nell’uomo - e proporrà la sapienza che deriva dal realismo cristiano. Alla Chiesa sta a cuore l’uomo, l’uomo concreto, peccatore e giusto, ossia l’uomo vero.

(www.loccidentale.it)




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30 giugno 2009

DIBATTITO

Dove inizia l’etica pubblica?

L’intreccio tra moralità e comportamenti istituzionali rappresenta una sfida che interroga  l’intera società. Fino a che punto le scelte individuali e il ruolo politico che si è assunto su mandato degli elettori possono essere tenuti separati? Anche  i cattolici si confrontano.

De Marco: «La Chiesa guarda sempre al bene comune»
Pietro De Marco

La lotta politica degli intellettuali è segnata nel Novecento da una discriminazione radicale dell’avversario secondo il valore: l’avversario non è tale, razionalmente e reversibilmente, in momenti e su terreni pubblici particolari. È ormai il Nemico personale e dell’umanità. I classici della scienza politica, che distinguevano rigorosamente i due livelli, avevano intravisto l’eventualità del loro collasso in uno solo:  il nemico assoluto. L’estremo pericolo, avvertivano, risiede nella ineluttabilità di un obbligo morale al conflitto; è la versione moralistica della lotta politica che prolunga il conflitto fino all’annientamento. Perisca pure il mondo.

Gli uomini che adoperano simili mezzi contro altri uomini devono bollare la parte avversa come criminale e disumana. La lotta tra valore e disvalore ha una sua devastatrice consequenzialità: l’inimicizia assoluta obbliga a creare criminalizzazioni e svalorizzazioni sempre nuove, fino all’annientamento di ogni vita politica indegna di esistere (Carl Schmitt). La tradizione giuridica, politica, pastorale della Chiesa è stata nei secoli l’antagonista (ed anche il bersaglio diretto, e criminalizzato) dell’inimicizia assoluta praticata dell’intellighenzia. La potestà di giurisdizione della Chiesa si regola distinguendo tra materie che riguardano il foro esterno e quelle pertinenti il foro interno. La giurisdizione di foro esterno si esercita in pubblico e si riferisce al bene comune; l’altra guarda immediatamente e direttamente il bene della singola anima; si esercita nel segreto e ha effetto nella coscienza. Si tratta un paradigma giuridico, in effetti antropologico e teologico-politico, alto e complesso. Si osserverà che questo ordine suppone l’autorità del confessore sulla persona privata, oltre ad una potestà della chiesa nella sfera civile. Ma i limiti dell’efficacia erga omnes delle decisioni della Chiesa in società pluralistiche, non ne invalidano i principi e i criteri permanenti di giudizio; essi restano, anzi, esemplari.

Solo il moralismo militante, nuovo potere politico della modernità, può pensare di impedire (se e quando serve) con l’arma del quarto potere l’esercizio della razionalità cattolica. Nello spazio pubblico contemporaneo le richieste alla Chiesa di intervenire con condanne contro qualcuno non solo sono partigiane (l’opinione pubblica attiva è sempre "partito"), ma intendono trascinare la Chiesa ad un giudizio pubblico per obiettivi estranei al senso della sua giurisdizione. Si tenta di imporle un metodo, se di metodo si può parlare, per definizione affrettato e liquidatorio, poiché precede l’accertamento di fatti e delle responsabilità: la ghigliottina politica, contro l’equità e la prudenza secolare che canonisti e teologi, tribunali e confessori, hanno praticato e praticano nel foro esterno come nel foro interno. Si tenta, dunque, di trasformare la Chiesa in uno strumento della mobilitazione dell’intellighenzia ed anzi in una parte dell’intellighenzia stessa. Questo arruolamento nella macchina dell’opinione pubblica è il peggio che possa accadere alle persone e all’istituzione ecclesiastica. Ma è da credere che non accadrà.



Airò: «Ma il fermo richiamo alla sobrietà è sempre attuale»
Antonio Airò
Nell’attività politica c’è una netta distinzione tra le scelte riguardanti l’obiettivo del bene comune nel governo della società, e i comportamenti personali dei leader. Ma questo non significa che i due piani siano indifferenti. Infatti, se non si vuole cadere in un machiavellismo deteriore, occorre una coerenza di fondo tra i fini da raggiungere e i mezzi impiegati per realizzarli. E di questo rapporto è parte importante anche lo stile di vita dei protagonisti della politica. Lo stile – e non sembri inutile ripeterlo anche in una fase di grande personalizzazione come l’attuale – deve essere ispirato a sobrietà e caratterizzato da quella virtù cardinale che è la temperanza.

Anche se questa parola è quasi scomparsa dal linguaggio attuale. Di fronte a recenti vicende che hanno infuocato il dibattito nei mass media, dobbiamo registrare una sorta di commistione tra il giudizio, positivo o negativo, sugli impegni programmatici realizzati o in itinere – sui quali sono gli elettori che debbono pronunciarsi nelle più diverse occasioni, elettorali in primo luogo – e le valutazioni su come le persone si sono mosse. C’è il rischio, infatti – si parli di "complotto"’ o di "scosse in arrivo" come si è fatto nei giorni scorsi – di fare entrare nel dibattito politico questioni che attengono i comportamenti dei protagonisti in una sorta di giudizio finale, spesso più moralistico che etico, nel quale a pronunciarsi sul bene o sul male di questi comportamenti dovrebbero essere non solo singoli esponenti, ma anche la Chiesa nella sua espressione più gerarchica. E questa dovrebbe assolvere o condannare quasi a priori.

Dire che non è compito della Chiesa svolgere questo ruolo è ovvio e riduttivo insieme. Da un lato si vorrebbe far entrare la Chiesa, con modalità improprie, in un campo che non è il suo. Dall’altro si vorrebbe la Chiesa indifferente di fronte a comportamenti che possono inquietare la comunità cristiana e anche la società civile e possono indurla a chiedersi se non siano stati superati, magari in buona fede, certi limiti. È evidente che la comunità cristiana può e deve interrogarsi al di là di ogni aspetto giuridico. Il buon governo o il cattivo governo possono essere influenzati da percorsi che si svolgono su binari differenti da quelli della politica. Detto questo, forse vale la pena di rilevare come ogni rappresentante della classe dirigente del Paese – ma il discorso vale per ogni cristiano – non dovrebbe mai dimenticare, come recitiamo ogni domenica nella Messa, che si può peccare «in parole, pensieri, opere, omissioni».

E questo può avvenire anche quando non si sono commessi reati penali, non si è incappati in disavventure burocratiche o caduti in qualche distrazione di troppo. C’è sempre una responsabilità personale che nessun giudizio della Chiesa può cancellare o enfatizzare. Men che meno propinando condanne. La laicità della politica e la distinzione dei piani escludono qualsiasi intervento in materia. Sta invece alla coscienza dei politici, senza scomodare i sondaggi per assolversi o pronunciare condanne, valutare come rispondere alle inquietudini dei cittadini. E decidere di conseguenza. Forse è questo serio esame di coscienza che è mancato finora, da parte di tutti e a cominciare da chi ha più responsabilità. Si è preferito invece "gettarla" in politica, nei suoi aspetti più deteriori.


(www.avvenire.it)




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8 giugno 2009

AGIOGRAFIA

Tommaso non mise il dito nella piaga

Il celebre dipinto di Caravaggio (1601)

Tutto gira intorno a quel dito: ha toccato oppure no il corpo risorto di Cristo? Perché in effetti, anche se la maggioranza sarebbe disposta a giurarlo, i Vangeli non lo dicono proprio: «Poi Gesù – scrive Giovanni – disse a Tommaso: "Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». Ma l’apostolo diffidente non ebbe poi bisogno di mettere in pratica l’invito, per esprimere la sua professione di fede: «Mio Signore e mio Dio!», aggiunge infatti il Vangelo. Al che fa seguito la conclusione del Maestro: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!». «Perché mi hai veduto»: non «perché mi hai toccato»...

E proprio dallo smascheramento dell’equivoco muove Glenn W. Most, professore di Filologia greca alla Normale di Pisa, per seguire Il dito nella piaga, intrigante nel suo indagare tra esegesi, apocrifi e iconografia. Ma è poi così importante sapere se l’apostolo abbia davvero toccato la piaga del costato del Crocifisso, oppure si sia limitato a cedere all’evidenza di un morto resuscitato che stava davanti a lui e gli parlava? Sì, se è vero – come il grecista Most dimostra – che tutto il capitolo 20 di Giovanni (il testo su cui si fonda il mito dell’incredulità di Tommaso) è imbastito intorno a una sottile simmetria contrappositiva tra la prima e la seconda parte, tra una donna che ha creduto subito e un uomo incredulo ad oltranza, tra l’emozione e la ragione, insomma tra la Maddalena cui fu interdetto persino il semplice «toccare» (Noli me tangere...) e Tommaso invitato invece a mettere la mano intera nella ferita. «Giovanni – così sunteggia la sua tesi l’autore – decide di concentrare tutta la complessa questione della fede in Gesù nel rapporto tra vedere e credere»; non per nulla in quel capitolo 20, su 31 versetti sono presenti ben 13 forme del verbo «vedere» e 8 per «credere».

Il «toccare» non serve, o meglio così sembra anche leggendo i Vangeli sinottici; nei quali ad esempio – per dare una prova della sua esistenza materiale ai discepoli che non osavano toccarlo – Gesù domanda da mangiare. Solo Tommaso sembra voler andare oltre, chiedendo inizialmente – anzi pretendendo in modo persino blasfemo – di «mettere il dito nel posto dei chiodi». Poi però, giunto al dunque, non lo fa, tanto che per Most «supporre che Tommaso abbia effettivamente toccato Gesù significa non solo fraintendere un particolare del racconto di Giovanni, ma anche il contenuto più profondo e vitale del suo messaggio». Quello cioè che non solo non è indispensabile «toccare per credere», ma non è necessario nemmeno vedere: «Beati quelli che pur non avendo visto...». Dal tatto alla vista, all’udito: ecco la salita che porta allo «status più nobile» della fede. Infatti a chi si deve in primis il travisamento di Tommaso come l’uomo che effettivamente mise il dito nella piaga?

Agli «eretici», ovvero gli apocrifi di sapore gnostico (sono almeno 5 quelli intitolati al discepolo il cui nome significa «gemello») per i quali Tommaso rappresenta appunto la perfetta incarnazione di una fede raggiungibile per via razionale – «toccabile» – da una élite di pochi adepti e con un sovrano disprezzo per la materia (il corpo). Si può dunque ipotizzare che fu anche l’intento cattolico di reagire alla spiritualizzazione operata dagli gnostici a sospingere la devozione popolare (ma anche i Padri della Chiesa e la Scolastica, da Tertulliano all’Aquinate, con sporadiche eccezioni) verso il convincimento che Tommaso toccò davvero la carne di Cristo. Ma poi di mezzo ci sono stati soprattutto i pittori, e Caravaggio su tutti; furono loro a veicolare nell’immaginario comune l’idea del dito nella piaga.

Tuttavia, se dal IV secolo fino al Rinascimento la trascrizione iconografica dell’episodio ha sempre avuto alcuni canoni fissi (inserimento in un ciclo di altre immagini sacre, rappresentazione dei personaggi a figura intera) che tendono a relativizzare il gesto singolo, con la sua «Incredulità di san Tommaso» il pittore lombardo non solo ha sovvertito i modelli tradizionali – i soggetti sono ripresi infatti in piano americano e l’impianto non è certo devoto –, ma anche trasforma l’atto dell’apostolo in modo brutale, quasi rendendolo un’invasiva ispezione medica, addirittura – sostiene Most – «uno stupro».

Quale il motivo? A parte ritrovarne alcuni stilemi nella pittura «protestante» nordica, l’autore sostiene che «il quadro ribadisce risolutamente la fisicità del miracolo di Tommaso contro chi tendeva a dubitarne (per esempio i riformati tedeschi)», ma allo stesso tempo prende atto di una fede – quella Controriformistica – che non sa più credere senza toccare, o almeno vivamente immaginare di toccare. «Tutte queste ferite – scrisse del resto san Carlo Borromeo in un’omelia dedicata appunto a san Tommaso – sono in effetti come molti squarci e il Signore vuole che penetriamo in essi, se vogliamo leggere». Caravaggio avvicina carnalmente il dubbio di Tommaso a noi, ai nostri dubbi; però potrebbe pure indurre a un errore: quello proverbiale dello stolto che si sofferma a fissare il dito mentre il saggio indica la luna.

(www.avvenire.it)



Glenn W. Most
Il dito nella piaga
Le storie di Tommaso l’Incredulo
Einaudi. Pagine 230. Euro 22,00.
Roberto Beretta




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8 giugno 2009

L'INCONTRO

  Lazzati, una fede matura al servizio del bene comune


PAOLO VIANA


I
l cristiano maturo predilige l’et et all’aut aut. È la «cifra» di Giusep­pe Lazzati che emerge dai «dialo­ghi » in corso da ieri all’eremo San Sal­vatore, dove riposa l’ex rettore del­l’Università Cattolica. Un «gigante» del laicato, com’è stato detto nel con­vegno organizzato dall’Istituto seco­lare Cristo Re, nell’ambito delle cele­brazioni per il centenario dalla nascita. «Chi l’ha conosciuto – spiega Luciano Caimi, docente di storia della pe­dagogia all’Uni­versità Cattolica di Brescia – con­corda nel ricor­dare un cristiano a tutto tondo con un senso profon­do dell’equilibrio; un uomo convin­to che il cristiano maturo è colui che che riesce a equilibrare fede e ragio­ne, spiritualità e dimensione corpo­rea. Lui parlava di et et e non di aut aut». I 'dialoghi' si sono aperti a­scoltando una meditazione del pro­fessor Lazzati del 1977. Subito dopo, monsignor Giovanni Giudici, vesco­vo di Pavia, ha proposto una testi­monianza personale, scaturita da un incontro avuto con Lazzati in età gio­vanile. Un incontro – ha ricordato – importante «perché mi ha fatto sem­pre tornare all’idea che vivere la vita cristiana è raggiungere una pienezza di maturità umana, spirituale e civi­le ». Monsignor Giudici percepiva in Lazzati, «uno spirito attento e dispo- nibile». Una figura ancora attuale «in­nanzitutto per il tema della forza. Il cristiano va a una guerra spirituale che richiama impegno di serietà e de­dizione e austerità. In secondo luo­go, per la speranza. Una forte vita di fede cristiana costruisce un cittadino. Una coscienza illuminata dalla fede è capace di riproporre valori evange­lici creando una forte tensione al be­ne comune». «Io ricordo Giuseppe Lazzati maestro importante nella vita, nelle scelte e nella testimo­nianza di fede personale e as­sociativa, – ha spiegato monsi­gnor Giuseppe Merisi, vescovo di Lodi e presi­dente di Caritas italiana – nel contesto della vi­ta ecclesiale con l’Azione Cattolica e nella vita civile. Lazzati è un cristiano che fa del rap­porto con il Signore il senso della vi­ta ». Nella sua riflessione Merisi ha messo in rilievo l’impegno di Lazza­ti nella vita sociale e la testimonian­za competente e coraggiosa, capace di orientare le scelte e l’impegno del­le persone con cui veniva a contatto. «È una figura attuale in ogni suo a­spetto – ha ribadito – dall’incontro personale con il Signore alla testi­monianza nel mondo a partire da u­na scelta di fede». Alla prima giornata hanno parteci­pato anche il vescovo ausiliare di Mi­lano Mario Delpini, monsignor Mar­co Ferrari, vescovo ausiliare emerito, l’arcivescovo Francesco Coccopal­merio presidente del Pontificio Con­siglio per i testi legislativi e numero­si docenti dell’Università Cattolica mentre ha dovuto rinunciare il car­dinale Carlo Maria Martini. Oggi la giornata conclusiva del convegno con il biblista monsignor Bruno Mag­gioni docente alla Cattolica.
  Ieri invece il pomeriggio ha propo­sto testimonianze su Lazzati che han­no permesso di ripercorrere cin­quant’anni di storia della Chiesa am­brosiana e della società italiana. Rac­contati con commozione da don Franco Brovelli, che Lazzati volle di­rettore della Rivista del clero italiano e che a quella richiesta rispose «di af­fidarla a chi ci teneva davvero a di­ventare direttore: fu l’unica volta che
lo sentii, spazientito, parlare in dia­letto: l’è propi perché ti te ghe tegnet no (te lo propongo proprio perché non ci tieni)».
  Amilcare Risi ha rievocato invece gli anni della presidenza Lazzati della giunta diocesana di Milano – «e i di­battiti negli anni 64-67 erano molto vivaci» ha detto l’ex segretario della giunta - che furono segnati da una visione di Chiesa «conciliare, in rap­porto di comunione filiale e amore­vole con la gerarchia». Non è man­cato il profilo privato, narrato dalla nipote Chiara, e quello teologico, tracciato da don Giuseppe Grampa docente di filosofia delle religioni al­la Cattolica di Milano: «Lazzati era un
uomo fortemente spirituale che ha tentato di tradurre la straordinaria ricchezza del pensiero cristiano sen­za unilateralità né esagerazioni en­fatiche ». «Insieme alla dimensione ottimistica – ha aggiunto – ha vissu­to quella drammatica della vita cri­stiana, che sta sotto il segno della cro­ce. Infatti, ha voluto che i suoi solda­ti fossero milites di un combatti­mento spirituale». Fino all’ultimo, quello con la morte: una 'lezione' ri­cordata da Piergiorgio Confalonieri, postulatore della causa di beatifica­zione di Lazzati e al suo fianco negli ultimi istanti terreni: «morire è faci­le, diceva, come aprire una porta».
 Ha collaborato Antonello Sacchi

 Con Giudici, Merisi, Brovelli, Grampa, Caimi, Maggioni, Risi, Confalonieri la due giorni di Erba sulla spiritualità dell’ex rettore della Cattolica nel centenario della sua nascita




Grampa e Maggioni sulla tomba di Lazzati (Cusa)

(www.avvenire.it)




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6 giugno 2009

SANTISSIMA TRINITA'

A scuola di Comunione


Incontrarvi mi spalanca il cuore.
Devo solo ricordarmi che non sono più giovanissimo ed evitare di fare il giro d’Italia in sei giorni, ma per il resto lodo il Signore per gli amici incontrati a Roma, a Foggia, a Cuneo e poi qui da me.
Ho sperimentato e sperimento la beatitudine dell’essere Chiesa, incontrando migliaia di cercatori di Dio, di appassionati di Cristo.
Persone diverse unite dallo stesso sogno: il vangelo che cambia la vita.
E, unendoci nella ricerca, realizziamo la nostra più profonda vocazione: quella di essere creati a immagine e somiglianza della comunione di Dio.
Ci vuole lo Spirito per capire la Trinità. Ovvio.
Ricordo un tenerissimo pretino che tentava di spiegare la Trinità a noi ragazzini di terza elementare disegnando un triangolo equilatero e usando l’improbabile addizione: 1+1+1=1 creando un insanabile conflitto tra scienza e fede!
Con la connaturale simpatia dei bambini nei confronti della matematica, immaginatevi il risultato.
Per affrontare il mistero della Trinità ci aiuta più la poesia della matematica, più la musica e l’emozione della teologia.
Ho sempre immaginato questa festa come un tuffo nell’acqua, coma uno spettacolare tuffo carpiato in un mare profondo e calmo.

Splash
Così, oggi, ci tuffiamo nel mistero di Dio.
Ora e solo ora, dopo aver ricevuto lo Spirito, possiamo parlare di Dio.
Attenti: non il dio che c’é nella nostra testa, ma il Dio che ci è venuto a raccontare Gesù; non il dio ragionevole e innocuo delle nostre riflessioni moderne o delle dilaganti mode sincretiste, ma il Dio scandaloso e inimmaginabile di Gesù; non il dio rassicurante e conservatore di chi riduce la fede a cultura, ma il Dio sorprendente che la Chiesa ha accolto e annuncia.
Ci siamo fidati di Gesù, lo abbiamo seguito in questi mesi, ne abbiamo ascoltato il messaggio affascinante e nuovo, abbiamo con stupore visto i gesti prodigiosi della presenza di Dio, abbiamo celebrato la sua passione e morte tragica, abbiamo, stupiti, accolto l’annuncio della sua resurrezione e della sua presenza.
Infine, domenica scorsa, abbiamo ricordato la forza dello Spirito che ci permette di scoprire che Gesù è vivo in mezzo a noi.

Il Dio di Gesù
Ci fidiamo di Gesù? Ora possiamo dargli retta? Crediamo che la sua vicinanza al Padre è qualcosa di misterioso e radicale perché, come spesse volte ci ha ricordato, lui e il Padre sono una cosa sola? Se sì, amici, ascoltiamo ora la sua esperienza di Dio,
Lui che professiamo “Signore”, cioè Dio, può parlarci di Dio in maniera definitiva, ci rivela nel profondo chi è Dio.
E la sorpresa è incredibile.
Gesù ci svela che Dio è Trinità.
Ci dice che se noi vediamo “da fuori” che Dio è unico, in realtà questa unità è frutto della comunione del Padre col Figlio nello Spirito Santo.
Talmente uniti da essere uno, talmente orientati l’uno verso l’altro da essere totalmente uniti.
Che grande notizia, amici! Dio non è solitudine, immutabile e asettica perfezione, il sommo egoista bastante a se stesso, ma è comunione, festa, famiglia, danza, compassione, dono, amore, tensione dell’uno verso l’altro.
Solo Gesù poteva farci accedere alla stanza interiore di Dio, solo Gesù poteva svelarci l’intima gioia, l’intimo tormento di Dio: la comunione.
E la Scrittura oggi ci ricorda come, a partire da Israele, questa amicizia tra l’uomo e Dio sia cresciuta fino al dono dello Spirito stesso di Dio in noi.

E a me?
Che significa questa scoperta? Cosa cambia nella nostra quotidianità?
Se Dio è comunione, in lui siamo battezzati e a sua immagine siamo stati creati; questa comunione ci abita e a immagine di questa immagine siamo stati creati.
La bella parabola della Genesi ci ricorda di come Dio si sia guardato allo specchio, sorridendo, per progettare l’uomo. Ma se questo è vero le conseguenze sono enormi.
La solitudine ci è insopportabile perché inconcepibile in una logica di comunione. Se giochiamo la nostra vita da solitari non riusciremo mai a trovare la luce interiore perché ci allontaniamo dal progetto.
Sartre diceva: L’enfer c’est les autres, l’inferno sono gli altri.
Gesù ci ribadisce: Siate perfetti nell’unità.
E se anche fare comunione è difficile, ci è indispensabile, vitale, e più puntiamo alla comunione e più realizziamo la nostra storia, più ci mettiamo alla scuola di comunione di Dio, più ci realizzeremo.
Ricordiamoci che il grande sogno di Dio, la Chiesa, va costruita a immagine della Trinità.
La nostra comunità prende ispirazione da Dio-Trinità, guarda a lui per intessere rapporti, per rispettare le diversità, per superare le difficoltà. Guardando al nostro modo di essere, di relazionarci, di rispettarci, di essere autentici, chi ci sta intorno capirà chi è Dio e per noi l’idea di un Dio che è Trinità diventerà luce.
Il mio povero pretino sbagliava operazione aritmetica: non l’addizione serviva per capire la Trinità, ma la moltiplicazione.
Uno per uno per uno fa sempre uno.
Il Padre è per il Figlio che è per lo Spirito Santo e insieme sono un unico Dio.
Questo è il Dio che Gesù è venuto a raccontare.
Volete ancora tenervi il vostro vecchio dio?

                                                                                                       Paolo Curtaz




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6 giugno 2009

QUESTO E' IL MOMENTO PIU' DURO

Ciò che gli Aquilani vorrebbero sentirsi dire

Per chi, all’Aquila e nell’Aquilano, ha vissuto due mesi fa il terremoto questo è il tempo, il duro tempo, dell’elaborazione del lutto. Dopo lo choc, dopo la presa d’atto d’essere sopravvissuti, dopo la conta delle perdite, dei danni e di quanto tutta la vita era cambiata, questo è il tempo in cui in ogni essere umano si attiva un’inconscia regressione alla fase precedente: tutto è stato un sogno, un incubo, anzi, dissoltosi con le luci del giorno.

Ma le luci del giorno non portano via la visione. Illuminano una città e un’intera area dell’Abruzzo distrutte, disabitate, devastate e l’involontaria regressione al "prima" si ferma brutalmente al "dopo", mozzando il respiro: non è stato un sogno.

Questo è parte di ciò che il contesto mediatico non trasmette. Non per sua colpa, per forza di cose: i media devono presidiare l’informazione, percorrere la spirale di aggiornamento del dato, rincorrere la copertura della notizia e il lutto non fa notizia. Così, lo stesso doveroso avvicendarsi all’Aquila delle più alte cariche istituzionali dello Stato, l’imminente G8 che vi si terrà, la presenza costante della politica hanno determinato un fungo di mediatizzazione sempre più astratto e sollevato dalla sottostante tragedia.

Bisogna allora riscendere un attimo nei cuori, praticare un fall out in ciò che gli aquilani vorrebbero sentire e non sentono, probabilmente, da nessuno. Ciò che gli aquilani vorrebbero sentire ha invece a che fare con dimensioni senza tempo, perché senza tempo sono la vulnerabilità dell’essere umano e l’inesausta domanda che accompagna la sua vicenda terrena, vale a dire la presenza del male nel mondo e il suo senso, nucleo incandescente di ogni teologia.

Ciò che gli aquilani vorrebbero sentire si colloca proprio nell’alveo delle tre virtù teologali: fede che ce la faranno; speranza di tornare un giorno, in qualche forma, nella loro devastata e bellissima città; carità, soprattutto, nel senso di charis, cioè di presenza, amorosa e partecipe, degli altri alla loro tragedia, avvertita nettamente con la mobilitazione spontanea che questa tragedia ha prodotto e che, in mezzo a tanta negatività, ha posto in luce una valenza  commovente della comunità italiana e internazionale. Bisogna proseguire su questa strada. E con l’aiuto del Dio, sintesi di queste tre virtù, L’Aquila ce la farà. Lo dice la sua storia.

Il 2 febbraio 1703, festività della Purificazione di Maria, col rito della popolare "Candelora" la città fu scossa dal più terrificante sisma della sua storia. Duemilacinquecento persone morirono nel solo abitato, e più nel circondario. Alcuni mesi dopo, in una relazione al Vicerè di Napoli, un commissario riferì che quattrocento monache di un grande convento, completamente rovinato,  si rifiutavano di lasciarlo, preferendo vivere alloggiate, in condizioni di estrema precarietà, negli orti circostanti quelle rovine. Alcuni anni dopo, riabitavano il convento, riedificato.

Questo vogliono sentire e sperare gli aquilani. Cioè che, dopo lo stesso male, ripetutosi a distanza di tre secoli, anche il bene si ripeta e l’ubi consistam degli affetti e di un’intera vita sia restituito, in qualche forma e coi suoi tempi, a ognuno. Per il resto, questa è gente forte. Dignitosa, asciutta, composta, ecco gli aggettivi che circolano oggi, tra la meraviglia di tutti, a fronte di ciò che è accaduto. Non sono adeguati  - se posso parlare da abruzzese e da originario dell’Aquilano:  questa è gente capace di farsi aprire una faglia nell’anima, prima di emettere un lamento. La nostra ferita terra spera, ha fede di farcela, ma per questo ha bisogno di continuare a sentirsi circondata dalla charis, dalla condivisione degli altri.


Giovanni D'Alessandro

(www.avvenire.it)




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4 giugno 2009

VERSO LE ELEZIONI

Ecco perché questa Europa ci riguarda

Farebbe bene a documentarsi chi pensa che il Parlamento europeo sia lontano dagli interessi dei cittadini, che si occupi solo di questioni astratte, di alta politica e di impatto vicino allo zero, o che in fondo non conti nulla. Lì si prendono posizioni sui grandi principi e insieme si decidono, nel bene e nel male, molti aspetti della vita quotidiana. Basta una rapida navigazione su Internet per scoprire che le direttive comunitarie, cioè le leggi dell’Ue, una volta approvate con un voto dell’Europarlamento (ormai necessario nella grande maggioranza dei casi) devono obbligatoriamente essere convertite in leggi nazionali. Ecco qualche esempio delle direttive varate in questa legislatura.

CELLULARI, RIDUZIONE DELLE TARIFFE
Dal primo luglio cominciano le riduzioni per le chiamate tra Paesi dell’Ue, per i messaggi sms e i collegamenti da Gsm a Internet. Entro il 2011 il costo sarà ridotto (in alcuni Paesi del 70% rispetto alle tariffe attuali) arrivando a 35 centesimi al minuto per le chiamate effettuate e a 11 per quelle ricevute. Inoltre la fatturazione avverrà sulla base della durata reale delle conversazioni e non più, come ora per la maggioranza degli utenti, con <+corsivo>forfait<+tondo> a blocchi di 15 o 30 secondi, con perdite spesso superiori al 20%.

LIBERALIZZAZIONE DEI SERVIZI
Dagli idraulici ai muratori, dagli agenti immobiliari ai pubblicitari, i singoli cittadini o le imprese potranno lavorare in Stati Ue diversi dal proprio rispettando le regole del Paese ospite ma senza altri ostacoli. La cosa non vale però per servizi di fondamentale interesse pubblico come la sanità o trasporti. L’assemblea di Strasburgo ha cosí condotto in porto un’operazione che era in corso dal 2004 tra le violente polemiche provocate da una proposta della Commissione europea: la "direttiva Bolkenstein", radicalmente ridimensionata dagli eurodeputati nel 2006.

CONTROLLI SUI PRODOTTI CHIMICI
Al termine di un lungo braccio di ferro con le lobby industriali, il Parlamento europeo ha approvato la direttiva Reach, che da quest’anno consente per la prima volta di mettere sotto controllo, analizzare ed autorizzare l’immissione sul mercato di circa 30.000 sostanze chimiche, presenti in prodotti che quotidianamente usiamo e le cui conseguenze sulla salute umana e sulla natura sono note solo in parte. Giorno dopo giorno, anche attraverso l’Agenzia Reach entrata in funzione a Helsinki, vengono controllati prodotti chimici, con particolare attenzione a quelli di uso quotidiano, nelle case o sul posto di lavoro, come detersivi e materie plastiche. Attraverso Reach vengono rafforzate le garanzie per la salute dei consumatori anche sui prodotti importati, ad esempio da Paesi come la Cina in cui è particolarmente incerto il rispetto delle norme di sicurezza dei prodotti utilizzati e dei processi di fabbricazione, tra l’altro per i giocattoli e i capi d’abbigliamento che da qualche anno entrano in massa nelle case degli europei.

LIMITI AGLI ORARI DI LAVORO
L’assemblea di Strasburgo ha bloccato il tentativo di alcuni Stati, in particolare della Gran Bretagna, di ammettere a livello europeo orari di lavoro superiori alle 48 settimanali, fino a 65, anche se i lavoratori danno il loro assenso (che può però essere frutto di pressioni più o meno esplicite). I lavori sulla «direttiva orari di lavoro» riprenderanno nella prossima legislatura. Gran Bretagna, Germania e alcuni Paesi dell’Est non rinunciano alla prospettiva di superare il limite delle 48 ore, come avviene ora in quegli Stati, e la Commissione europea vorrebbe escludere dal conteggio degli orari di lavoro i «periodi di guardia», ad esempio per pompieri e personale ospedaliero. Ma tanto i governi quanto la Commissione sanno che senza l’accordo degli eurodeputati le loro proposte non passeranno.

FERROVIE E DIRITTI DEI PASSEGGERI
Dal gennaio prossimo, soprattutto nei collegamenti internazionali, i treni passeggeri di ciascun Paese dell’Ue potranno circolare sull’insieme del territorio dell’Unione. Dal nuovo regime di concorrenza dovrebbero derivare biglietti meno cari e servizi migliori. Accanto a questa misura, il Parlamento europeo ha approvato norme che dall’autunno di quest’anno stabiliscono a carico delle società obblighi di risarcire i passeggeri in caso di ritardi o soppressione di treni e di garantire le migliori condizioni per i disabili e in genere persone di mobilità ridotta. Cosí, a seconda dei casi i risarcimenti potranno andare dal 25% al 50% del prezzo del biglietto, oltre alla fornitura di pasti. Un capitolo di questo regolamento è dedicato alla tutela dei passeggeri disabili o di mobilità ridotta, garantendo loro «condizioni paragonabili a quelle degli altri cittadini». Tra l’altro i disabili dovranno poter contare sull’accessibilità delle stazioni, delle banchine, del materiale rotabile e degli altri servizi che, nel caso di nuova costruzione o importante ristrutturazione, dovrebbero essere resi «accessibili eliminando progressivamente gli ostacoli fisici e gli impedimenti funzionali».

INTERNET PIU’ SICURO PER I BAMBINI
Stanziando 55 milioni il Parlamento ha varato un programma che mira a proteggere i minori che usano Internet e altre tecnologie di comunicazione, compresi i telefoni cellulari. Il programma prevede iniziative per l’informazione del pubblico, la lotta alla diffusione di contenuti illeciti e i comportamenti dannosi in linea, la promozione di un ambiente on line più sicuro. Un’attenzione particolare è riservata alla pedopornografia e all’adescamento on line. D’altro canto alcuni Paesi, Francia in testa, stavano per ottenere una direttiva che avrebbe permesso «in via amministrativa» di privare di Internet gli utenti che dalla rete scaricano testi, musiche o video aggirando i diritti d’autore: l’Europarlamento ha bloccato il tentativo, e chiede che per privare di Internet un cittadino debba intervenire una decisione giudiziaria, a garanzia di un diritto di utilizzare un servizio ormai considerato essenziale nella vita di ogni giorno.

INQUINAMENTO DEI MARI
Il Parlamento ha ottenuto dai 27 governi, alcuni riluttanti, l’entrata in vigore di sette direttive sulla sicurezza delle navi, le petroliere innanzitutto, in un pacchetto di regole scritte in seguito alla vicenda della Erica, naufragata nel 1999 al largo delle coste francesi riversando 37mila tonnellate di nafta sulle spiagge della Bretagna. Ci sono voluti anni di battaglie tra Europarlamento, consiglio dei ministri dell’Ue e Commissione prima che il mese scorso, sotto la pressione parlamentare, i governi accettassero misure per ostacolare l’uso delle bandiere ombra e per obbligare gli armatori ad assicurarsi contro i danni provocati dalle loro navi.

FINANZA, BANCHE E SPECULAZIONE
In piena crisi finanziaria ed economica, nonostante le reazioni dei risparmiatori taglieggiati dalla bolla speculativa, molti governi esitano a varare una nuova disciplina dei mercati finanziari che eviti nuove fiammate di speculazione e quindi altre crisi: alcuni bloccano (Londra, Lussemburgo) ma il Parlamento ha premuto sulla Commissione europea che la settimana scorsa ha finalmente presentato proposte, su cui discuteranno i leader dei 27 nel vertice di metà giugno. Intanto il mese scorso è stato approvato un regolamento per migliorare la trasparenza delle operazioni finanziarie, rafforzare la supervisione del sistema e limitare la dimensione dei rischi finanziari che i grandi operatori possono assumere sul mercato. È solo un primo passo ma è destinato a tutelare d’ora in poi il pubblico: a cominciare dai piccoli risparmiatori-investitori, compresi quelli che si sono affidati a fondi pensione di solidità incerta.


Da Bruxelles Franco Serra
(www.avvenire.it)


Strasburgo, votiamo idee e persone
Troppi «test» in un voto solo, ma ritroviamo una libertà

Vorremmo poter dire che i 375 milioni di e­lettori che tra oggi e domenica sono chia­mati alle urne in ben ventisette Paesi avranno in testa soprattutto l’Europa e il destino del gran cantiere dell’Unione, ma sappiamo che non è così. E nei giorni scorsi, su queste pagi­ne, siamo tornati a segnalarlo.

Con realismo, e una buona dose d’amarezza, abbiamo dovuto constatare che i cittadini europei voteranno – se voteranno – per il Parlamento di Strasbur­go pensando soprattutto alle rispettive situa­zioni nazionali e alle scelte (o alle non-scelte) dei propri governi. Voteranno – se voteranno, e tanti in tutto il continente sembrano pur­troppo intenzionati a non farlo – presi dalle preoccupazioni di chi vive nel giorno per gior­no le conseguenze della crisi economica e fi­nanziaria mondiale e neanche stavolta è riu­scito a sentire come decisiva (o anche solo im­portante) la presenza e l’azione della Ue. Questa chiamata alle urne rischia, insomma, di diventare un’altra occasione largamente mancata nel processo di costruzione della ca­sa comune dei popoli europei.

E di ridursi a u­na piccola festa degli euroscettici, oltreché a u­na gragnuola di 'sondaggi' a uso politico in­terno. Test sulla popolarità o anche solo sulla tenuta elettorale di leadership, squadre mini­steriali e formazioni po­litiche. Controprove sul­l’efficacia di attività di go­verno e d’opposizione. Verifiche sullo stato di sa­lute (e sulle gerarchie in­terne) delle coalizioni di partiti. Documentazioni del reale impatto sull’o­pinione pubblica di «scandali», «complotti» e « gaffe » . Il voto europeo minaccia di essere un po’ di tutto questo e, dunque, di risultare alla fine qua­si irriconoscibile. E sba­glierebbe di grosso chi ri­tenesse che il rischio di un simile deraglia­mento sia più forte in Italia che in Gran Breta­gna o nell’Est europeo o in Spagna o nella stes­sa Germania...

Ma è certo che anche in Italia l’«eurosondaggio» è ormai indetto: nessun lea­der e nessun partito vi si può più sottrarre, e probabilmente neanche chi è deciso a dire la sua nelle urne. Da elettori europei torniamo, però, ad avere una possibilità che abbiamo reimparato ad ap­prezzare nei quindici anni in cui ci è stata ne­gata nelle elezioni politiche nazionali: il voto di preferenza, cioè non l’obbligo di mettere il fatidico 'segno' su un candidato unico o una lista bloccata, ma la libertà di scegliere il no­me (e la storia) di uomini e donne che ritenia­mo ci possano rappresentare in modo degno e responsabile. Una libertà doppiamente pre­ziosa, e forse addirittura la leva capace di ri-ca­povolgere il senso della consultazione euro­pea, ripristinando almeno una parte del suo significato originario. L’Europa che spesso sentiamo lontana e che, a volte, ci sembra un’imbarazzante astrazione, esercita un potere diretto e sempre più perva­sivo sulla vita delle nostre comunità.

Da Bruxel­les e da Strasburgo arrivano decine e decine di « direttive » che cambiano, uniformandole, le legislazioni nazionali, piovono decisioni che orientano la distribuzione di risorse e lo svi­luppo delle più diverse attività, fioccano indi­cazioni, raccomandazioni, rapporti, denunce e richiami che hanno l’ambizione di pesare sui processi politici e sociali dei singoli Paesi mem­bri dell’Unione.

È perciò importantissimo se­lezionare bene chi manderemo nell’emiciclo e nelle commissioni dell’Europarlamento per la­vorare in nome e per conto nostro (e non u­siamo a caso il verbo «lavorare», visto lo scan­daloso tasso di assenteismo che ancora si re­gistra tra i rappresentanti italiani...). Ed è essenziale che nello scegliere – noi che abbiamo a cuore il primato della persona u­mana e i valori « non negoziabili » che ne di­scendono (il rispetto della vita in ogni sua fa­se, il sostegno alla famiglia, la libertà educati­va) – sappiamo guardare non solo alle idee­forza sbandierate dai partiti, ma alla qualità dei candidati e alla coerenza tra i loro affer­mati ideali di riferimento e l’azione politica concretamente svolta. Votiamo le persone, al­lora. Votiamo per le loro idee nella misura in cui sono anche nostre. E non parteciperemo solo a un grande sondaggio.


Marco Tarquinio
(www.avvenire.it)




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3 giugno 2009

CAMPAGNA A COLPI DI PESANTI PETTEGOLEZZI

Stampa e politica,
stagione non esaltante
La gente aspetta che i media cambino

In principio era l’etica, con alcuni buoni sentimenti, poi è venuto il gossip con pesante e diffusa malizia. Infine è maturata una guerra mediatica di tutti contro tutti, senza esclusione di colpi, con la fine della politica e numerose vittime innocenti. Così potrebbe riassumersi la straordinaria stagione di veleni che ha investito l’Italia sulla stampa, e alcuni media, per oltre un mese. A tal punto ci si è spinti che forse il desiderio della più gran parte degli italiani è uno solo, che la si smetta al più presto, si ponga fine a qualcosa che non ha precedenti, che avvilisce l’animo. La vicenda familiare (da cui prescindiamo del tutto) che ha originato lo tsunami mediatico poteva essere trattata con intelligenza, severità critica, garbo, perfino con finezza. Invece, sacrificate sull’altare della convenienza, queste virtù dialettiche sono state sostituite da faziosità, forzature infinite, cattivo gusto e, diciamo pure, da vere e proprie volgarità. Tutto ciò sui principali quotidiani italiani che da settimane vi dedicano cinque, sette, dieci pagine, ossessive, allucinate.

Si è infranta una sorta di convenzione tacita, che consiste nel non infierire mai su questioni personali, familiari, sessuali, di personalità politiche o civili, più o meno importanti. Si tratta di una convenzione non omertosa, o reticente, ma fondata su qualche tratto di nobiltà: non voler degradare il dibattito a livelli infimi, evitare di intervenire su questioni personalissime di cui nessuno può essere giudice in coscienza. Forse non tutti hanno riflettuto sul fatto che infrangere questa convenzione può pesare sul futuro, quando ognuno si sentirà autorizzato a fare e dire ciò che si è detto e fatto in questi giorni, perdendo così l’equilibrio della ragione. Così agendo, l’imbarbarimento della vita politica è assicurato.

Un altro guasto profondo si è verificato nella gestione dell’informazione di questa vicenda. Abbiamo visto l’Italia percorsa da agenti speciali, o inquisitori, per scoprire i peccati commessi, cercare il colpo definitivo da infliggere all’avversario; a loro si sono aggiunti altri colleghi anch’essi camuffati da cacciatori di scoop, per trovare peccati o colpe analoghe in campo avverso, ed esibirle di rivalsa. Parenti, amici, conoscenti dei personaggi principali sono stati tallonati, interrogati per poi ottenere quasi nulla. Lunghe interviste, con domande incredibilmente morbose (è un eufemismo), sono state pubblicate nonostante l’intervistato/a abbia risposto negativamente ad ogni richiesta e insinuazione. La distinzione tra reato e peccato, pure reclamata in tante occasioni, è stata azzerata con orgoglio. Si sono lette, su quotidiani prestigiosi, domande sessuali che avrebbero figurato bene nella stampa a luci rosse di un tempo. E non è escluso che qualche genitore abbia temuto che i figli minori le leggessero per poi chiederne conto, con spiegazioni, in famiglia. Indubbiamente dell’intera vicenda è responsabile chi ha cominciato, ma anche gli altri hanno voluto usare gli stessi strumenti credendo di conservare l’innocenza.

In questa stagione di veleni e grossolanità pochi hanno conservato veramente l’innocenza. È bene dire con serenità e fermezza che non è possibile andare avanti così. Perché le vere vittime di quanto avvenuto siamo tutti noi, cittadini di ogni età e orientamento, inondati da un profluvio di fatti inesistenti, insinuazioni fasulle, volgarità a non finire, che sinceramente non meritiamo. Poiché la vicenda, come già rilevato su questo giornale, è iniziata con una ostentazione etica a favore della famiglia che stupiva (ma non convinceva), bisogna ricordare che tra le regole auree della vera moralità vi sono quelle di non calunniare, non guardare la pagliuzza nell’occhio altrui, e che può scagliare la prima pietra solo chi è senza peccato. Per questa ragione, la speranza degli italiani in questi giorni è una sola, per favore smettiamola subito, chiudiamo oggi stesso questo capitolo degradante dell’informazione che non onora nessuno, riprendiamo un cammino di civiltà (di questo si tratta, non d’altro) che salvaguardi valori etici e civili che riguardano tutti, senza eccezioni di sorta.


Carlo Cardia

(www.avvenire.it)




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2 giugno 2009

LUGO, INSOPPORTABILE DELIBERA

Scalzare le Croci per livellare la morte
(come pure la vita)

Si pensava, e si sperava, di non dover più leg­gere notizie del genere. Una delibera co­munale di Lugo di Romagna proibisce di por­re simboli religiosi sulle lapidi del camposan­to. Aggiunge che si può apporre soltanto il no­minativo, le date di nascita e di morte, ed e­sclude qualsiasi dedica o frase che evochino qualcosa del defunto. I caratteri delle scritte, inoltre, devono essere piccoli. Le motivazioni del provvedimento sarebbero peggiori dei di­vieti. Si vorrebbe evitare di urtare sensibilità religiose diverse dalla cattolica, tutelare la fun­zione del verde che dovrebbe prevalere sull’e­dificato, omogeneizzare la visuale riducendo tutto ai minimi termini.

Pur nei limiti dell’evento – e delle frettolose precisazioni dell’amministrazione – c’è da rab­brividire. Perché in questo modo si viola la li­bertà dei cittadini, la loro sensibilità religiosa, si colpiscono sentimenti naturali per i defun­ti, che si esprimono da sempre (fin dai graffiti dei primi uomini) in gesti simbolici, parole di memoria, oggetti evocativi di natura religiosa e non. La più semplice libertà colpita è della disponibilità di uno spazio, dato pur sempre in concessione, per ricordare i familiari scom­parsi, accompagnarli con un pensiero, un sim­bolo di fede, che tiene vivo il rapporto tra la vi­ta e la morte, esprimere la pietà di fronte al­l’appuntamento ultimo della vita.

Tutto ciò viene negato e umiliato da una bu­rocrazia cinica e senza cuore che vuole toglie­re alla morte ogni identità, privarla delle ma­nifestazioni di dolore e di affetto, ridurre colo­ro che sono scomparsi a piccole scritte tutte e­guali, come se il ricordo della loro individua­lità offenda una società che non ne vuole più sentir parlare, vuole trattarli come semplici nu­meri, dei quali alla fine si perde memoria de­finitiva. Ma questa burocrazia è anche provin­ciale e ignara, chiusa alla realtà che si conosce in tutto il mondo. Dovunque, i cimiteri riflet­tono la cultura, la religione, le tradizioni, dei po­poli, e dei singoli individui, ed hanno per que­sto una particolare identità, in molti casi un valore storico-artistico ineguagliabile. Si può andare a Tokyo e a Mosca, in Giordania e in In­dia, a Pretoria e a Buenos Aires, dovunque si troveranno emblemi religiosi, nazionali, cul­turali, che riflettono la memoria dei singoli de­funti, e le tradizioni di un popolo nelle strati­ficazioni della sua storia. Il vero obiettivo della delibera di Lugo è quel­lo di eliminare la simbologia religiosa, con la scusa di non urtare la sensibilità dei non cat­tolici.

Si tratta di una scusa non veritiera, per­ché il cristiano che vede accanto alla croce la stella di David si inchina con un senso di fede e di rispetto, e altrettanto fa di fronte ai segni di altre religioni. Anche ebrei, musulmani, buddisti, si fermano e comprendono i segni del cristianesimo, e di altre fedi, perché tutti insieme esprimono una grande cosa comu­ne, la fiducia in un Dio misericordioso che proprio nella morte costituisce la speranza più profonda per l’essere che viene meno e per coloro che restano. In realtà, è inutile girarci attorno, si vogliono scalzare le croci dai luoghi dove riposano i de­funti. E lo si fa quasi vergognandosene, citan­do il verde, l’omogeneità ambientale e la pic­colezze delle scritte, tutte cose che non hanno nulla a che vedere con l’argomento. Se in pas­sato fosse prevalsa una visione burocratica co­sì fredda, non avremmo, in Italia e nel mondo, i grandi monumenti artistici come le cattedrali, sinagoghe, pagode, moschee, che si fondano sulla fede, sulla creatività dell’uomo, anche sul­la sua fantasia, che creano cultura, arte, storia.

Non si possono ridurre i nostri camposanti in loculi a schiera, anonimi, dove a mala pena si leggeranno i nomi (e si confonderanno gli o­monimi), perché così avremmo la prefigura­zione di una società triste, cupa, che fa paura. C’è da augurarsi che, come accaduto altre vol­te, la delibera di Lugo Romagna non abbia se­guito, non si debba mai più tornare su un ar­gomento del genere, e venga rispettata nel suo nucleo più intimo quella libertà dell’uomo che è anche libertà di esprimere i propri sentimenti di fede e di speranza di fronte alla morte, di es­sere veramente se stessi nei momenti più dif­ficili e alti dell’esistenza. Il raccoglimento di fronte alle piccole e grandi stele funerarie fa parte della vita quotidiana di ciascuno di noi, e riflette il livello di cultura e di religiosità di u­na collettività, non dovrebbe essere permesso a nessuno di invadere, o attentare, momenti che appartengono all’interiorità dell’anima.


Carlo Cardia

(www.avvenire.it)




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2 giugno 2009

PREGHIERA ANONIMA RITROVATA NEL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI VUCHT

Credo anche se

Credo che c'è il sole
anche se adesso è nuvoloso.
Credo che c'è l'amore
anche se adesso non lo sento.
Credo che c'è Dio
anche se adesso dubito.




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2 giugno 2009

ANCHE ROBERT LANZA ORA SEGUE LA STRADA DELLE "RIPROGRAMMATE"

Staminali adulte più produttive
Ma ancora non lo si vuole ammettere

Ancora un passo avanti nella produzione delle "staminali etiche", le cosiddette Ips, cellule simili alle embrionali che però si possono ottenere senza distruggere embrioni umani, dalla riprogrammazione delle adulte. Un gruppo di ricercatori è riuscito a produrle con una procedura più sicura di quella utilizzata finora, immergendo cioè normali cellule della pelle in proteine umane, senza utilizzare agenti virali o chimici, potenzialmente pericolosi. Non si tratta, stavolta, di un annuncio estemporaneo a mezzo stampa, ma di un contributo per la rivista Stem Cell.
 
Fra gli autori della scoperta c’è anche l’americano Robert Lanza, della società Advanced Cell Technology, da sempre in prima linea nella ricerca sulle embrionali umane. In questi anni il suo gruppo, lautamente finanziato, ha tentato diverse strategie per la produzione di staminali embrionali, compresa la creazione di ibridi uomo-animale (tecnica che prevede l’uso di cellule adulte umane e ovociti animali). Ma nonostante ciò nessuna cellula staminale da embrioni umani clonati è mai uscita dai laboratori della Advanced Cell Technology, che pure è stata fra le società che più si sono avvantaggiate dall’elezione del presidente americano Obama: grazie alle promesse di nuovi finanziamenti a questa ricerca, dopo le elezioni in pochissimi giorni le sue quotazioni sono aumentate di oltre il 200 per cento.

Dalla ricerca di cui si è avuta notizia ieri sembrerebbe però che anche Robert Lanza stia seguendo – con successo, finalmente – la promettente strada delle Ips, come tanti altri suoi illustri colleghi, da Ian Wilmut – il "padre" della pecora Dolly – a James Thompson, che aveva prodotto la prima linea di cellule staminali embrionali umane, entrambi sostenitori convinti del nuovo corso "etico" di questo settore della ricerca scientifica.

Dopo un decennio di polemiche, potrebbe quindi essere arrivato il momento della riflessione e del confronto fra sostenitori e detrattori dell’uso di embrioni umani, a partire dai fatti: quali sono stati i reali risultati della ricerca in questi anni? Quali i vantaggi effettivamente ottenuti? Quante le risorse, economiche e umane, impegnate? E, soprattutto, quali le prospettive nel nuovo scenario spalancato dalle Ips? Ha senso continuare lungo una strada controversa – quella che prosegue nella distruzione di embrioni umani – quando ce n’è un’altra a disposizione, che appare più promettente?
Di fronte a questi interrogativi, generalmente le repliche sono di due ordini. Si obietta anzitutto che senza studiare le embrionali non si sarebbe mai arrivati alle "staminali etiche". Per poi aggiungere che, in generale, la ricerca deve essere libera, su ogni fronte, per poter decidere il percorso più promettente, e che se anche una strada non porta a risultati applicabili ma ha contribuito ad aumentare le conoscenze allora sicuramente vale la pena percorrerla.

Ma se alla prima affermazione è semplice ribattere – il principio su cui sono state prodotte le Ips è stato ricavato lavorando sui topi, e non sugli embrioni umani – la seconda pone una questione più consistente. È chiaro che non è possibile considerare lecita ogni ricerca con la sola condizione che essa incrementi le conoscenze: se fosse questo l’unico criterio da rispettare, si dovrebbero approvare anche i famigerati esperimenti nei campi nazisti. I protocolli per le sperimentazioni sull’uomo seguono criteri ben precisi, che comprendono il consenso informato dei diretti interessati ma vanno anche ben oltre, e si basano sul principio che l’uomo non può essere mai considerato un mezzo, un mero strumento.

Nel caso degli embrioni umani, per chi dubita di poter dare loro la stessa dignità di una persona, dovrebbe valere il principio di precauzione: non già «nel dubbio, non fare», quanto piuttosto «nel dubbio, fai altro». Non un limite ma uno stimolo alla ricerca, dunque, un criterio per scegliere nuove strade, più rispettose delle sensibilità e delle convinzioni di ognuno.

A giudicare dalle notizie che escono dai laboratori, potrebbe essere giunto il momento di rifletterci insieme, addetti al settore, politici e opinione pubblica.

Assuntina Morresi

(www.avvenire.it)




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1 giugno 2009

LE CELEBRAZIONI RETTAMENTE INTESE

Darwin non ci dice che cos’è l’etica umana


L'anno 'darwiniano' è ormai giunto alla metà del suo corso e quasi tutte le iniziative assunte per celebrare degnamente il padre dell’evoluzionismo sono state realizzate o comunque presentate. Non è ancora tempo di consuntivi, ma qualcosa è già possibile rilevare: la vivace connotazione antireligiosa, anzi esplicitamente ateistica, ribadita ed esasperata negli ultimi mesi da molti darwiniani, ha fatto ben poca presa sull’opinione pubblica, che continua a lasciarsi affascinare più dal Darwin ' naturalista' che dal Darwin anticreazionista: per verificarlo basta visitare la grande mostra allestita a Roma per celebrare il viaggio intorno al mondo del Beagle e osservare la reazione del pubblico e in particolare quella dei giovani.

Anche così si può toccare con mano il fatto che le ragioni del credere ( o del non credere) non dipendono assolutamente dalla biologia. I conti col darwinismo la Chiesa li ha fatti da tempo: si tratta ovviamente di conti da rimettere continuamente a punto, ma comunque ben radicati in una duplice convinzione: la religione non ha titolo per sindacare la lettura scientifica della natura e la scienza non ha titolo per sindacare la pretesa ( strettamente religiosa) che il mondo abbia un senso, in quanto prodotto dall’opera creatrice di Dio. La Chiesa non ha mai condannato Darwin ( evitando così di ripetere l’errore del caso Galileo), né Darwin, da parte sua, ha mai avuto la pretesa di ' condannare' la fede. Non solo la Chiesa, ma anche i darwiniani ( o almeno i meno dogmatici tra essi) continuano a fare i conti con Darwin e in particolare con la possibilità di costruire, a partire dalla prospettiva evoluzionistica, un’etica.

Non è vero – sostengono molti ' darwiniani' – che il darwinismo costruisca un’immagine del mondo vivente caratterizzata solo da una spietata lotta per vita; solidarietà, affettività, cooperazione sono riscontrabili nella natura di tante specie animali, tanto quanto aggressività, sopraffazione, predazione. Il senso morale dell’uomo avrebbe anch’esso una radice ' evolutiva'. Le indicazioni in tal senso si stanno moltiplicando e appaiono senza dubbio interessanti. Altra cosa è se siano convincenti. Chiaramente, siamo tutti contenti di apprendere che i bonobo ( o scimpanzé pigmei) sono ' buoni', come da anni continua a ripeterci Frans de Waal. Possiamo pure commuoverci quando leggiamo che nello zoo di Chicago un gorilla femmina di otto anni, Binti, ha messo generosamente in salvo un bimbo di tre anni che era caduto nello spazio di esibizione dei primati. Che da queste narrazioni si possa dedurre però qualcosa di eticamente concludente mi sembra ben difficile.

C’è infatti un punto irrisolto in tutte le etiche darwiniane: quando si manifesta ( ad es. in un bonobo) un comportamento ' malvagio' ( ed ammettiamo pure che sia non coerente con i caratteri altruistici della specie di riferimento) siamo legittimati a condannarlo moralmente o, astenendoci da ogni condanna, dobbiamo interpretarlo come una variante ( sia pur minoritaria) del modo ' naturale' di essere del singolo individuo? Il cuore del problema è tutto qui. A noi, che non siamo né biologi né naturalisti, interessa moltissimo conoscere la dinamica dell’evoluzione delle specie, ma ci interessa ancora di più conoscere qualcosa dell’animo delle singole persone, di quegli individui in carne ed ossa che ci stanno di fronte: vogliamo capire perché alcuni di essi siano operatori di pace e vivano nell’amore e perché altri tra essi si radichino nell’odio e esaltino la guerra; vogliamo sapere se sia giusto lodare e ammirare i primi, condannare e biasimare i secondi. A una domanda del genere Darwin non dà risposta ( né ha mai inteso farlo). È che l’etica ha ben poco a che fare con le generazioni di individui che si evolvono nei millenni; ad essa interessano solo i singoli individui, che vivono poche decine di anni. Darwin aveva, grazie alla sua straordinaria intelligenza scientifica, occhi adeguati a percepire solo le dinamiche delle specie. E’ per questo che per l’uomo comune, che non ha l’intelligenza di Darwin, ma ne condivide l’umanità ( cioè la percezione delle paure e delle speranze, dei dolori e delle gioie degli uomini), Darwin è un nome nella storia della scienza, un nome grandissimo, ma nulla di più.


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1 giugno 2009

IL SEGNO

Piccolo, scandaloso dialogo tra un bambino e il Papa

Dialogo fra il Papa e un bambino. « Ma tu, avevi mai pensato di diventare Papa? » E lui, Benedetto: « Non me lo sarei mai immaginato. Ancora ho difficoltà a capire come il Signore abbia pensato a me, destinato proprio me a questo ministero, ma lo accetto dalle sue mani, anche se è una cosa che va molto oltre le mie forze. Ma il Signore mi aiuta».

Accade spesso, e chi ha figli lo sa, che siano i bambini a fare le domande più autentiche: quelle che mettono a nudo, e costringono a guardarsi dentro. Ma tu, avevi mai immaginato di diventare Papa? No, ha sorriso Benedetto XVI, riandando col pensiero a sé, bambino nella Germania della guerra: « Ero un ragazzo abbastanza ingenuo, in un piccolo paese » . Ma il giovane interlocutore ha spinto il Papa ancora oltre nella sincerità. Quell’ « ancora ho difficoltà a capire perché il Signore abbia scelto proprio me » sa di un interrogarsi interiore lungamente frequentato, dal giorno dell’elezione al soglio di Pietro; forse già dalle ore in cui sapeva che i voti del Conclave convergevano sulla sua persona. « Perché proprio me? Questo compito va oltre le mie forze » . Il segreto lavorio della coscienza del Papa, rivelato dalla domanda di un ragazzino.

E ci sarà forse chi se ne stupisce, e chi se ne smarrisce: il Papa, che avverte il suo compito superiore alle sue forze? Che si domanda perché è toccato proprio a lui? Certo, è difficile immaginare che si pongano questa stessa domanda i capi delle nazioni, e i presidenti delle multinazionali che governano il mondo. Non hanno di queste inquietudini, solitamente, gli uomini che praticano il potere. E se proprio qualcuno glielo chiedesse, se fossero sinceri direbbero: sono qui perché sono il migliore, il più intelligente, il più abile, il più scaltro. Sono qui per il mio merito e per la decisione con cui ho costruito il mio personale progetto. E invece l’uomo che siede sul soglio pontificio ragiona in tutta un’altra prospettiva.

Quella di chi è stato scelto per un compito, che non immaginava e a lui stesso pareva troppo gravoso. Quella di chi, tuttavia, aderisce ad un disegno non suo: certo che Dio lo aiuta. La differenza di sguardo contenuta in quella breve risposta, è radicale. È lo scarto fra la vita intesa come un proprio autocentrato progetto, o invece come un disegno di Dio, cui liberamente aderire. Nel ' mondo' è così obbligatoria e diffusa la prima prospettiva – la tensione a seguire se stessi, le proprie inclinazioni, e il denaro, la gloria, il potere – che la risposta del Papa a qualcuno potrà sembrare quasi incomprensibile. Invece quest’uomo ci dice semplicemente che, lì dove è seduto, non ci si è portato da sé, né ha lavorato in tal senso.

Ci è stato chiamato, messo, da un disegno altrui e sconosciuto, cui pure ha consentito, per servire la Chiesa. Perché i cristiani sanno che c’è un disegno per ciascuno: umile, apparentemente comune, o straordinario, ma in nessun caso irrilevante. La risposta dell’uomo a questo disegno si chiama vocazione: ciascuno ha la propria, ognuno è chiamato a un compito, in cui realizzerà la propria vita. Non solo per sé, ma per gli altri. Ogni vita è servizio per gli altri. Ora, oggi questa idea dell’umano destino può apparire sorprendente e scandalosa, nel tempo in cui libertà è solo culto e soddisfazione di inclinazioni, gusti, o di mode.

Per il cristiano invece il destino è in un ' sì'; in fin dei conti, in una obbedienza. Ma questa parola da molti anni non piace: vecchia, impronunciabile, proibita. Che assurdità: il nostro destino, ce lo fabbrichiamo solo da noi. E Dio, se anche c’è, è un Dio che con la nostra vita, quella di ogni mattina, non c’entra. « Ancora ho difficoltà a capire come il Signore abbia potuto pensare a me… » . Piccolo, scandaloso dialogo, a Roma, tra un bambino e un cristiano.


Marina Corradi

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1 giugno 2009

UN INEDITO DELLO SCRITTORE AUSTRIACO

 

Una vibrante arringa dell’autore della «Novella degli scacchi» a favore dell’unità europea alla vigilia del Terzo Reich. Uno sguardo retrospettivo sulle radici cristiane del Vecchio continente e un inno alla sovranazionalità contro l’imminente trionfo dei nazionalismi 

Chi farà gli Stati Uniti d’Europa?

di Stefan Zweig

L
a vera unità politica e intellettuale dell’Europa comincia con Roma e l’Impero romano. Per la prima volta da una città, una lingua e una legge scaturisce la risoluta volontà di dominare e amministrare tutti i popoli e tutte le nazioni con un solo schema, genialmente elaborato, che consiste in una dominazione praticata non solo - come avvenuto fino ad allora ­mediante la potenza delle armi, ma sulla base di un principio spirituale, cioè un dominio non come obiettivo in sé, ma come intelligente organizzazione del mondo.
  Ma proprio perché l’Impero romano era così grande, vasto e profondamente ancorato al suolo europeo, il suo crollo ha significato una catastrofe morale e spirituale, uno sconvolgimento senza pari nella storia della cultura europea. Da questo punto di vista la condizione dell’Europa dopo la caduta dell’Impero romano può essere paragonata a quella di un uomo che, a seguito di un terribile trauma celebrale, ha dimenticato improvvisamente ogni cosa, e da uno stato di maturità intellettuale ricade bruscamente in una situazione di totale imbecillità.
  Questo periodo è il momento culminante del frazionamento europeo, il più basso della nostra cultura comune, quando gli fu apportato il colpo più spaventoso che abbia mai ricevuto. Ma non dimentichiamolo: anche in questo momento di estrema anarchia l’Europa non ha completamente perso l’idea di unità. Perché questa idea è indistruttibile. Nello stesso modo in cui il corpo umano oppone ai virus distruttivi delle forze che vengono dal proprio sangue, così l’organismo dell’umanità, nei momenti di grave pericolo, estrae sempre da se stessa una forza salvatrice. All’epoca in cui la terra era desolata e lasciata in uno stato di distruzione, lo spirito ha edificato una nuova costruzione. Precisamente nel momento in cui l’Impero romano crollava, la volontà di unità dell’umanità ha creato una nuova opera ammirabile, la Chiesa romana, che è come un riflesso nel cielo della sua potenza terrestre. La materia è distrutta, ma lo spirito rimane salvo, il terribile uragano è passato, è rimasto un granello di speranza: la lingua latina. Ciò che le mani hanno edificato può crollare, quello che lo spirito ha
creato per la comunità degli uomini può essere sotterrato, ma non distrutto.
  E così in un colpo solo viene realizzato il miracolo: i sapienti di tutta Europa, separati dalla diversità delle loro lingue nazionali ancora informi, possono di nuovo corrispondere tra loro, scriversi e comprendersi fraternamente. Le frontiere tra i Paesi vengono superate con un colpo d’ala grazie alle lingue. In quest’epoca di umanesimo è completamente indifferente che si studi a Bologna, Praga, Oxford o a Parigi. I libri sono in latino, i professori parlano latino. Un medesimo tipo di discorsi, pensieri e conversazioni è comune a tutti gli intellettuali d’Europa. Erasmo da Rotterdam, Giordano Bruno, Spinoza, Bacone, Leibniz, Cartesio si sentono tutti cittadini di una sola e medesima repubblica, quella degli intellettuali. L’Europa sente di nuovo che lavora a un’opera comune, a un nuovo futuro della civiltà occidentale. Se una commedia perduta di Terenzio viene ritrovata in un angolo oscuro dell’Italia, ecco che tra gli uomini di cultura si leva un grido di gioia in Inghilterra come in Polonia e in Spagna, come se fosse loro nato un

S
figlio o fosse caduta dal cielo una fortuna.
  Mediante l’esistenza di questo regno sovranazionale dell’Umanesimo, mediante questa supremazia di un’élite internazionale, indifferente alle lotte politiche, guidate dalla sua passione artistica, che pensa al di là delle frontiere, di nuovo, per la prima volta dopo il crollo dell’Impero romano, viene fornita la prova che un pensiero europeo comune è possibile, e questo sentimento anima e inebria gli spiriti. […] empre nei momenti di grande unità l’umanità si sente animata da una specie di sentimento religioso, nei periodi in cui quanto è lontano le sembra vicino e l’inaccessibile ormai raggiunto. È successo così che i giovani della mia generazione, cresciuti nel nuovo secolo, dappertutto, in Francia, Inghilterra, Italia, Spagna e nei Paesi scandinavi, abbiamo trovato compagni per lavorare insieme alla riconciliazione generale dei popoli, guidati dalla nostra fede. Noi pensavamo che il mondo intero fosse già unito dall’amicizia e che gli Stati Uniti d’Europa fossero già quasi una realtà. E come questo presentimento ci rendeva felici! Ma proprio questa generazione che credeva all’unità dell’Europa come a un vangelo ha dovuto assistere all’annientamento di tutti i sogni, la grande guerra tra tutte le nazioni d’Europa.
  La nostra generazione che, da un quarto di secolo, non ha visto altro che eventi contrari alla ragione, che vede ancora ogni giorno le decisioni più necessarie costantemente rimandate, la nostra generazione provata, delusa, che ha assistito alla follia della guerra e del dopoguerra, non ha più l’ingenuità per credere in decisioni giuste, rapide e chiare. Essa ha anche riconosciuto la forza delle tendenze contrarie, degli interessi meschini e dalla vista corta che si oppongono alle grande idee necessarie, la forza dell’egoismo che si muove contro lo spirito della fraternità. No, l’Europa unita non è per il domani, forse dovremo attendere anni, decenni, forse la nostra generazione non la vedrà mai. Ma una vera convinzione non ha bisogno di essere confermata dalla realtà per sapere di essere giusta e vera.

SOTTO LO SCRITTORE STEFAN ZWEIG.




 
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1 giugno 2009

DOPO L'ULTIMA SENTENZA




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31 maggio 2009

IL SOFFIO DELLO SPIRITO

 
tagliarcorto


 di
Dino Basili
 L’apologo trecentesco e la Pentecoste


Pentecoste, «tra le più dolci feste cri­stiane » annota Giuseppe Capograssi nei
Pensieri a Giulia. Lo spirito «ri­sveglia nelle nostre anime profonde l’aria lieta e misteriosa delle speran­ze che sono immortali». Domenica d’illuminazione, di coscienze rivolte al Paraclito per rinsaldare i doveri che derivano dalla fede e dalle umane re­sponsabilità. In un curioso apologo trecentesco, fra’ Jacopo Passavanti narra le proteste del diavolo ingiu­stamente accusato di aver tentato questo e quello: sono loro che «ten­tano me e sonmi molesti e impàc­cianmi ne’ fatti loro, de’ quali io non mi darei briga...».

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31 maggio 2009

PENTECOSTE

 

LE FIAMMELLE SERVONO A GUARIRE LE NAZIONI

PIERANGELO SEQUERI


I
l fiume si è rimesso in cammino. Un mo­vimento lento, per lunghi tratti ancora carsico, sotterraneo, non visibile. Eppure sensibile: un fiume si sente (lo sa la gente di montagna, che sa le cose dai suoni e dagli odori, ancora prima di vederle). L’acqua vi­va ha musica e profumo, che ci avvertono, molto prima della vista e del tatto, della sua presenza che anima i luoghi. La senti a di­stanza, che vive. Ne aspiri da lontano gli a­romi, perché fa vivere la terra tutt’intorno. Il fiume è quello dell’umano che è comu­ne, che ha di nuovo voglia di ascoltare la musica e il profumo della propria coscien­za. Quel tono di voce inconfondibile con il quale ci parla la giustizia della nostra natu­ra, quando emergono i tratti della nostra profonda affinità nella gioia e nel dolore. Esso appare nell’ingiunzione disarmata e disarmante di quella sfida che si accende con il primo sguardo di un figlio: nell’in­condizionata fiducia, ancora inespressa, con la quale egli ci si affida. Uno sguardo che si ripete, per noi e per tutti, su tutto il pia­neta, in ogni crocevia della nostra debo­lezza e della nostra vulnerabilità, nel corpo e nell’anima. Legame inviolabile, al quale la sorte di tutti è appesa sempre, in un mo­do o nell’altro. Feriscilo in un punto qual­siasi, e gli metti il veleno in vena. È un le­game di fiducia che affonda le sue radici in un principio assoluto dell’umano: 'comu­ne' per natura e per avventura, per i lampi di ciò che più profondamente ci entusia­sma, per il nero di ciò che più profonda­mente ferisce. Questo legame originario è oggi oscurato dall’orribile racconto dell’uomo automati­co: che si fa da sé, che pensa ossessivamente a sé, attore protagonista (virtualmente u­nico) di un mondo marziano, in cui si sce­glie tutto e non si dipende da nessuno. I­stupiditi dal racconto dell’uomo automa­tico, rischiamo di non credere più a quel­l’originario legame di reciprocità. Eppure la verità è questa: quando consumiamo il nostro desiderio e la nostra conoscenza per noi stessi, noi siamo in rotta verso la Gran­de Nausea. Il grande fiume, però, si è rimesso in cam­mino: i segni si moltiplicano, per chi ha oc­chi e orecchie. L’umano non ne può più di menti trapiantate su supporti magnetici e di corpi rifatti secondo il modello standard. Non ce ne staremo più chiusi nei luoghi del­le nostre soggezioni, delle nostre paure, del­le nostre docili ammissioni di anacronismo vetero-umanistico. Lo Spirito si libra sulle acque e manda un vento nuovo. Lampeg­giano fiammelle che ridestano le nostre os­sa inaridite. Improvvisamente, noi ci ca­piamo. Sembravano così distanti le nostre lingue materne, eppure sentiamo già di po­terci intendere benissimo. Invece dell’os­sessione di «crescere» – alberi senza rami, stupidi come un grattacielo di Babele – ri­torna il piacere di «condividere», perché nessuno abiti la terra invano, e senza esse­re capito. L’ultima Parola della grande spe­ranza, proprio ora, prende un senso nuovo: «Mi mostrò poi un fiume d’acqua viva, lim­pida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall’altra del fiu­me, si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni» (A­pocalisse, 22, 1-2). E guardate come diventa bella, la Chiesa, quando la sua immagine primordiale si ri­compone e si espande, nella disarmata po­tenza del suo originario segno eucaristico. Lo Spirito mette insieme gli sconosciuti e i distanti, che si sorridono come fossero vi­cini di casa. «Prossimi», diciamo noi, nel les­sico familiare del cristianesimo. Nello stes­so lessico, «colletta» (dal latino colligere, col­legare, raccogliere, mettere insieme) è il no­me della prima preghiera della messa, che inaugura il «raccoglimento» dei fedeli in­torno al mistero sacro, e dà voce all’invo­cazione di tutti. È anche il nome dell’offer­ta «raccolta», alla quale molti concorrono per l’emergenza di coloro che sono trafitti dalle scosse della vita. Ed è pure uno dei ge­sti preferiti dallo Spirito, che «raccoglie» in­cessantemente i figli di Dio dispersi. Nel­l’insieme di tutti questi significati, un buon nome (e un buon segno) per dire Chiesa. «Le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni».

(www.avvenire.it)
 

 




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21 maggio 2009

ASCENSIONE DEL SIGNORE

 Ascesi

L’idea di andarsene, onestamente, non è stata una grande idea.
Con tutti i guai che sono nel mondo non sarebbe stato più bello se fosse rimasto?
Magari avremmo potuto sentire dalla sua viva voce cosa fare, conoscere il pensiero di Dio invece di doverci accontentare di persone degne, ma pur sempre e solo persone come noi…
E invece no. Come spesso accade, nella fede, la festa dell’Ascensione dice moltissimo di Dio e dell’uomo, e dobbiamo avere il coraggio di riflettere, di osare, di capire.

Convertirsi alla festa
Oggi celebriamo la festa della moltiplicazione e della estensione dell’amore di Cristo.
Ognuno di noi può dire, nella fede, a ragione: io ho incontrato Cristo, perché egli non è più ristretto e costretto in un luogo, ma presente in ogni luogo e in ogni tempo, è il raggiungibile.
Lo stesso Cristo che ha camminato con i piedi impolverati duemila anni fa, lo stesso Cristo riconosciuto presente nelle comunità primitiva, lo possiamo incontrare nella fede e, ancora oggi, milioni di uomini e donne dicono di averlo conosciuto.
Di più.
Ora in Dio c’è un uomo. Nella pienezza di assoluto che è l’infinito Dio, c’è il volto ben definito di un uomo: Gesù di Nazareth. È come se, ora, Dio ne sapesse di più, come se Dio avesse imparato anche ad essere uomo (lo so, teologicamente scricchiola, ma poeticamente mette i brividi!).
Nessuno può più dire: "Dio non conosce la mia sofferenza" oppure: "Che c’entra Dio con la mia vita?". Dio sa.

Cerniera
L’Ascensione è come una cerniera nella storia di Gesù e degli apostoli: segna il passaggio da un prima a un dopo cui gli apostoli dovranno abituarsi: Gesù scompare alla loro vista sensibile, torna al Padre pur promettendo una presenza reale.
Gli apostoli, è comprensibile, faticheranno ad abituarsi a questa nuova situazione.
Gli apostoli sono invitati, dopo avere seguito Gesù nella crocifissione e nella resurrezione, a seguirlo anche nell’ascensione, a diventare testimoni del risorto.
L’ascensione segna l’inizio della Chiesa, di questa Chiesa, fatta di uomini fragili e innamorati del vangelo, che dubitano e non capiscono, che portano con fatica l’immensa responsabilità dell’annuncio del Regno.
Con l’ascensione l’umanità entra definitivamente in Dio.
E l’uomo entra definitivamente nell’amicizia con Dio. A noi è affidato l’annuncio del Regno, la costruzione di un mondo nuovo. Dio ci rende degni, capaci di tanto impegno, di guarire ogni malattia e dolore interiore, di cacciare i demoni e le ombre delle nostre paure, di creare luoghi di nuova umanità in un mondo lacerato e sanguinante.
Dio impara ad essere uomo.
L’uomo impara a comportarsi come Dio.

Ascesi
Essere ascesi con Cristo, significa anzitutto seguire l’invito di Gesù a predicare il Vangelo fino ai confini della terra. Gesù è presente per sempre in mezzo a noi, a noi, ora, di riconoscerlo presente nel mondo.
Uno sguardo da “asceso” riconosce i prodigi di Dio nelle culture e nelle situazioni, abbatte gli steccati, riconosce una presenza salvifica in ogni tentativo dell’uomo nel riconoscere i segni della presenza di Dio.
Esiste un modo di avvicinare la realtà e di interpretarla usando categorie economiche (oggi molto in voga), sociali, politiche.
Il cristiano avvicina la realtà da un punto di vista spirituale, leggendo dentro le esperienze degli uomini il dispiegamento della potenza di Dio.
Vivere da “ascesi” significa renderci conto che la nostra meta è una pienezza che trascende, che supera (e di molto) la nostra attuale esperienza di vita. Essere orientati a un destino più grande, che va oltre, che ci attende, significa leggere con molto realismo la nostra quotidianità come un “già e non ancora”: sin d’ora viviamo la presenza di Dio, ma aspettiamo che questa presenza fiorisca nel nostro cuore.
Ma come è possibile incontrare Gesù presente? Il racconto di Marco è esplicito: riconosciamo Gesù nei prodigi, nei gesti, che accompagnano la predicazione degli apostoli.
Come a dire: “Io sono presente, per sempre. Leggi i segni della mia presenza, interpretali, guarda con lo sguardo interiore e riconoscimi nelle cose, negli avvenimenti, nella storia della tua vita”. L’ascensione segna l’inizio della Chiesa, la nascita della comunità come luogo dove dimora il risorto. Ve ne do atto: è molto più evidente notare l’assenza del Maestro nei nostri gesti piuttosto che la presenza ma mi fido. Mi fido: vedendo la tenerezza e l’amore di una catechista, la generosità di un educatore, la presenza discreta accanto al letto di un ammalato io vedo Gesù Risorto asceso, e ne invoco il ritorno, ne accellero - secondo una bellissima interpretazione rabbinica - la venuta.
Dio è presente, per sempre, è il nostro sguardo a dover guarire, a doversi – finalmente – convertire alla gioia.
Perciò, ora, necessitiamo del dono dello Spirito: per vedere.

Paolo Curtaz




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19 maggio 2009

BIOETICA

 
Sgreccia a Fini:
nessun precetto,
ma non taceremo sui diritti umani


La Chiesa cattolica non ha mai pensato di  imporre al Parlamento italiano "precetti religiosi", ma "non tacerà sui temi di bioetica, che riguardano i diritti umani, i dettami costituzionali, la stessa razionalità umana e il bene comune". Lo ha detto mons. Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia della Vita, commentando l'osservazione del presidente della Camera Gianfranco Fini, secondo cui il Parlamento non può farsi orientare da "precetti religiosi". Non si tratta di precetti religiosi, ha osservato il vescovo, ma "di argomenti basati sulla ragione e il diritto:  il fatto che vengano portanti avanti dal clero o da organismi cattolici non deve consentire a nessuno di considerarli come prodotto di una razionalità minore".

"Nessuno di noi - ha spiegato il presule - ha mai pensato di imporre al Parlamento precetti religiosi. Qui non si sta parlando di andare a messa la domenica o di fare la carità. Si sta discutendo di bioetica, un tema legato alla razionalità umana, ai diritti fondamentali della persona, alla famiglia, alla vita, alla stessa
costituzione italiana". "II fatto che siano i cattolici a presentare alcuni argomenti non deve permettere a nessuno di sottovalutarli", ha aggiunto mons. Sgreccia. Il pericolo, ha ammonito, è che "certe polemiche, usate magari per scopi elettorali, finiscano per fare calare la nebbia su una materia così importante".


Per tale motivo, "tanto più forte faremo sentire la nostra voce". "Continueremo a parlare - ha annunciato mons. Sgreccia - basandoci sui diritti umani, sulla carta costituzionale, sul diritto".

(www.avvenire.it)




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15 maggio 2009

VI DOMENICA DI PASQUA

 Imparare ad amare

A volte mi guardo indietro, succede a tutti, penso. Sarà la svolta dell’età di mezzo, quella della crisi, dicono, gli esperti.
Per me, concretamente, significa fare i conti interiori, fare luce, mettere ordine: lasciare ciò che non ha aiutato, tenermi ben stretto ciò che mi ha fatto crescere.
Ho incontrato migliaia di persone in questi anni, ascoltato mille storie, dato consigli, pregato con e per loro. Ora ne sono certo, il cuore dell’uomo desidera una cosa soltanto: amare ed essere amato.
Anche nella persona più dura e più fredda, più ferita e più disperata, più pessimista e più fragile, il desiderio dell’amore dato e ricevuto soggiace ad ogni scelta, ad ogni dolore.
Desideriamo amare ed essere amati e soffriamo perché non riusciamo ad amare e ad essere amati come vorremmo. O come pensiamo di dover essere amati.
Bene: oggi la Parola parla di amore.

Amore?
I giorni scorsi, aspettando di essere messo in ordine dal mio parrucchiere, sfogliavo le riviste di gossip che abitualmente non leggo e che, però, mi permettono di stare aggiornato sulle vicende dei personaggi pubblici (che non conosco affatto!). Sono rimasto stupito (e anche un po’ scocciato) dalla quantità di coppie e coppiette semifamose e dalla facilità con cui si disfa e si fa una relazione e, soprattutto, dall’uso smodato della parola “amore”: l’amore della mia vita, ora ho ritrovato l’amore, con lui/lei ho scoperto cos’è veramente l’amore.
Appunto; cos’è, veramente, l’amore?
Giovanni ha le idee molto chiare: l’amore è, anzitutto, accogliere l’amore di Dio, accettare di essere amati, dimorare nell’amore che abbiamo scoperto. L’amore è, quindi, prima consapevolezza e poi sentimento, trasporto, emozione. E dai fatti, dice ancora l’apostolo, che si misura l’amore.
Spesso fratintendiamo la parola “amore”: non è soltanto passione e coinvolgimento, profumo di violette e felicità infinita, sentirsi preziosi e cercati da qualcuno (un partner, un figlio, un amico). Amore è anche concretezza, quotidianità, fatica, fedeltà, passione (nel senso di patire!).
Proprio come ha saputo fare Gesù che si è donato completamente.

Lasciamoci amare!
Spesso il circuito d’amore viene interrotto dalle nostre lentezze e chiusure, dalla nostra fatica e dal nostro peccato.
Se capissimo che Dio ci chiede soltanto di lasciarci amare, di lasciarci raggiungere dalla sua misericordia! Di dimorare, restare sotto il cono di luce della sua presenza.
Ed è ovvio che l’amore cambia, mi cambia.
Già lo fa l’amore di una persona, figuriamoci l’amore di Dio!
Un amore senza condizioni, gratis.
Dio non ci ama perché siamo amabili ma – amandoci – ci rende amabili e capaci di superare la parte oscura che abita nel profondo di ciascuno di noi.
Giovanni ci chiama ad essere testimoni dell’amore. Con i fatti.
Amare l'altro (chiunque esso sia) significa mettere lui al centro della mia attenzione, significa lasciare che la sua vita, i suoi interessi, il suo modo di essere sia accolto e valorizzato.
Ascoltando questa Parola il mondo potrebbe essere qui e ora un pezzo di Regno in cui, nella concretezza del nostro limite e del perdono da dare e ricevere, una persona potrebbe sinceramente stare a proprio agio.
Essere cristiani significa guardare l’altro (chiunque esso sia) negli occhi e dirgli: “Ti voglio bene”. Magari non sono d’accordo su come la pensi, su cosa fai, ma ti voglio bene, desidero il tuo bene, ti aiuto a raggiungere il bene. L’amore è scelta consapevole e dolorosa, atteggimaneto di fondo, onestà con se stessi.
E il sentirsi amati, credetemi, sposta il mondo.

Zucconi
La fatica dell'uscire dal proprio modo di vedere, che è poi la prima cosa concreta da fare per amare, l’ha conosciuta bene la prima comunità cristiana, tutta chiusa in una visione ristretta della fede e della salvezza 8 meno male che oggi non siamo più così…) e che, spinta a forza dallo Spirito Santo, ha dovuto capire che il Signore voleva allargare il suo disegno di salvezza ad ogni uomo.
O la nostra comunità, nella coscienza dei propri limiti, si lascia avvincere dall’amore di Dio per diventare testimone credibile di questo amore, o la nostra fede diventa inutile osservanza.
Se il nostro cuore non brucerà d'amore, il mondo morirà di freddo.

Paolo Curtaz




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14 maggio 2009

DA OGGI NEI CINEMA

 
«Angeli e demoni» tra bugie e banalità

Il film Angeli e demoni, che esce oggi nei cinema italiani, come il precedente Codice da Vinci (trat­to da un altro libro dello stesso au­tore, Dan Brown, e diretto dallo stes­so regista, Ron Howard) mira a trar­re profitto da calcolate provocazio­ni anti-cattoliche. Ovvio che, come spiegano gli esperti del marketing, «qualsiasi studio pubblicitario de­sidera creare polemiche attorno ad una pellicola così costosa. Ma la po­lemica non si può farla da soli. C’è bisogno di un partner».

Ecco per­ché la produzione sperava e spera di provocare dure reazioni nei cat­tolici: vuole ulteriore e gratuita pub­blicità all’ultimo film interpretato dal divo hollywoodiano. Solo che stavolta, rispetto al Codi­ce da Vinci le provocazioni (pur ac­compagnate da immagini spesso molto ben girate) sono così grosso­lane da apparire in definitiva ridi­cole. Lì un furbo mix tra storia e fan­tasia conferiva falsa scientificità ad­dirittura alla negazione della divi- nità del Cristo.

Qui, oltre al solito corollario di banalità gratuite con­tro la Chiesa, si arriva ad accusare un papa e tutto il sacro collegio di coprire quattro delitti di altrettanti sedicenti cardinali, e si tenta di far passare per 'santo' il mandante dei medesimi (che, tanto per gradire, è il giovane segretario del Papa pre­cedente, nonché – con strafalcione che la dice lunga sulla preparazio­ne 'scientifica' degli autori – anche il 'camerlengo'; cioè il decano dei cardinali, senza neppure essere car­dinale). Il risultato di questo guazzabuglio hollywoodiano è un torvo giallone in stile barocco-funerario, che, gra­zie al ritmo del racconto ha alme­no il pregio di annoiare meno del precedente. Anche se resta solo u­na colossale sciocchezza.

Una «pa­tacca » come dicono i romani, rife­rendosi ai falsi che vengono ven­duti ai pellegrini in piazza San Pie­tro. Quel che colpisce – semmai – è la calcolata indifferenza ostentata da autore, regista e interprete, circa la possibilità che simili fantasie e fal­sità possano offendere. «Se qualcu­no ritiene che questo film possa ir­ritarlo, non vada a vederlo» ripete il regista Ron Howard. Tom Hanks, in­vece, sogghigna.

Un giornalista gre­co gli chiede: «E se invece di attac­care la fede cattolica, Angeli e de­moni se la fosse presa con quella greco-ortodossa alla quale appar­tiene sua moglie, come l’avrebbe presa?». Tom prima fa il superiore. «Non avrei avuto alcun problema». E poi svicola dall’imbarazzo con u­na battuta: «Però dovete riconosce­re che, come ambientazione, è mol­to più suggestiva Roma che Co­stantinopoli».

In mancanza di polemiche così forti da alimentare la macchina pub­blicitaria del film, gli autori hanno provato anche a fare un po’ di vitti­mismo denunciando « la censura del Vaticano a girare scene in piaz­za San Pietro». Un’altra «patacca». Il divieto, infatti, vale per tutti i film e le fiction. E da anni. In mezzo a tante imprecisioni, c’è un’osservazione del regista Ron Howard che ci vede completamen­te d’accordo. «In fondo si tratta so­lo di un film. E nonostante qualun­que successo avrà le persone con­tinueranno lo stesso a credere e ad andare in chiesa». L’importante sta­volta è non andare al cinema, e sconsigliare gli amici a farlo.


Giacoma Vallati

(www.avvenire.it)




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10 maggio 2009

PASSO MATURATO NEL DOLORE

 

SULLA SOGLIA L’ORA DELLA GRANDE VISIONE 

ANDREA RICCARDI


A
lle porte della Terra Santa, sul monte Nebo, nel territorio del re­gno arabo di Giordania, Benedetto X­VI ha guardato al di là del Giordano. Non ha visto solo la situazione politi­ca, una lotta che dura da più di ses­sant’anni, mentre la pace sperata sembra ancora difficile. Il Papa ha guardato a Israele, alla storia e alla fe­de del popolo ebraico, come un pel­legrino, anzi ponendosi « sulle orme degli innumerevoli pellegrini che ci hanno preceduto lungo i secoli » .
  Dal monte Nebo, ha sentito il bisogno di precisare che « l’antica tradizione del pellegrinaggio ai luoghi santi ci ri­corda inoltre l’inseparabile vincolo che unisce la Chiesa al popolo ebrai­co » . Lo ha fatto sulle soglie della Ter­ra Santa. Era idealmente accanto alla figura di Mosè: lui – scrive papa Rat­zinger nel libro su Gesù – « ha parlato con Dio come un amico » . Mosè è an­che uomo della grande visione e del li­mite della vita umana. Non entra per­sonalmente nella terra della promes­sa, ma non rinuncia alla visione. Il Pa­pa sottolinea dal monte Nebo: «Come Mosè, non vedremo il pieno compi­mento del piano di Dio nell’arco del­la
nostra vita » . Il nostro tempo non è frequentemen­te capace di grandi visioni, perché si vuole realizzare tutto in breve e in fret­ta, in un periodo più circoscritto del­l’arco di una vita, altrimenti non se ne trae frutto per sé. Ha il culto del risul­tato immediato. La Chiesa, genera­zione dopo generazione, cerca di nu­trire una grande visione. È quella ad e­sempio del Papa sulle soglie della Ter­ra Santa. È maturata alla scuola del dolore: durante la persecuzione nazi­sta degli ebrei, tanti cristiani li hanno sentiti fratelli, conoscendoli nella lo­ro umanità ferita. Hanno scoperto di nutrirsi alla stessa fonte delle Scrittu­re. Specie quando la follia nazista e l’orgoglio del pensiero negativo vole­vano ripulire le Scritture di Paolo l’e­breo e del Testamento ebraico. Con gioia, il Vaticano II ha proclamato « il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo » . Quel ' vin­colo' lega i cristiani alla fede e alla realtà del popolo ebraico, e li libera dalle manipolazioni di certo cristia­nesimo.
 
Il Papa è in Terra Santa non solo per le memorie cristiane, ma anche per una visita agli ebrei. Si percepisce quanto la Chiesa è vincolata ad essi. Giovan­ni Paolo II compì il grande passo an­dando nel 1986 alla sinagoga di Ro­ma. Pochi, come Joseph Ratzinger, hanno lavorato per chiarificare e ap­profondire teologicamente il legame tra la fede cristiana e Israele. Ma ora egli compie un passo religioso e affet­tivo: viene a dire a Gerusalemme « il desiderio di superare ogni ostacolo che si frappone alla riconciliazione fra cristiani ed ebrei, nel rispetto reci­proco e nella cooperazione al servizio di quella pace alla quale la Parola di Dio ci chiama! » .
  Non è solo un atto di buona volontà, viene da un moto interiore alla fede cristiana. Senza negare la differenza tra mondo religioso ebraico e quello cristiano, entrambe queste famiglie di credenti sono chiamate dalla Parola. Il Papa, che ha voluto il sinodo sulla Parola di Dio, lo sente in profondità. E rappresenta l’orientamento della sua Chiesa che ha appreso ad amare di più la Bibbia. Mentre cresce la Pa­rola in chi la legge, sono aumentate la stima e la fraternità dei cattolici per I­sraele. Per questo il vincolo è « inse­parabile »: viene, per noi cattolici – co­me dice Benedetto XVI –, dal « rinno­vato amore per il canone della Sacra Scrittura » . Così, ovunque c’è una co­munità cristiana nel mondo, questa stessa è amica degli ebrei, ma è anche testimone di come Dio ami Israele in un modo tutto particolare.

(www.avvenire.it)

 

 




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3 maggio 2009

VOCAZIONI: DISCORSO DURO

 

CONSENTIRE A DIO DI FARE IL SUO MESTIERE

DAVIDE RONDONI


L
a vocazione è un colpo di genio di Dio.
È Lui che prende l’inizia­tiva.
Come illustra, con profondità e immediatezza, il capolavoro di Ca­ravaggio, la chiamata di san Matteo. Mentre noi, come i protagonisti di quel quadro, ce ne stiamo lì a gioca­re a carte, a cercar di vincere una chiarezza circa la nostra vita, tra for­tuna e azzardi, ecco il gesto di Gesù. Che chiama. La vocazione è seguire quel gesto, che ci sorprende in mez­zo a tutti i giochi o tutti i pensieri che possiamo fare per capire quale è il nostro posto, il compito nel mondo. La questione della vocazione ri­guarda
tutti. Ognuno è chiamato a leggere senza barare – come si potrebbe fare al ta­volo da gioco – i segni che Gesù gli fa. Il fatto che si celebri una giorna­ta delle voca­zioni sacer­dotali è un invito anche per chi sa­cerdote non è a com­prendere co­sa è la pro­pria vocazio­ne. Infatti, prima anco­ra della que­stione di quale sia la forma a cui ci porta la vocazione – laica, matrimoniale, o consacrata o sacerdotale – o la vocazione di me­dico o di artista o quale che sia, oc­corre aprire il cuore e la mente alla potenza e alla libertà di Dio che fa quel gesto. Insomma occorre avere fede. E lasciare a lui l’iniziativa. Che nel mondo, anche di oggi, è fanta­siosa e vasta. Nascono vocazioni di consacrazione totale a Dio in tutto il mondo. E questo favorisce, in un pianeta globalizzato sotto molti a­spetti, anche lo scambio e l’aiuto. Ad esempio la crisi di vocazioni sacer­dotali, che sta svuotando i seminari italiani e che costringerà a pensare diversamente alle parrocchie, è in parte arginata dalla presenza nel no­stro paese di sacerdoti e religiosi di nazioni lontane.
  Ma se questa crisi deve da un lato far meditare su quante opacità in uo­mini del clero scoraggiano e non in­vitano i giovani a seguire la loro stra­da, dall’altro deve far ricordare che l’iniziativa della vocazione è di Dio. Che con questa crisi numerica ci sta pure indicando un nuovo modo di pensare alla vita della Chiesa in que­ste terre dove la secolarizzazione e molti altri fenomeni della vita han­no modificato il tessuto sociale e la vita della gente. Ma più radicalmen­te ci interroga sulla disponibilità a considerare la vita non come un pos­sesso per sé. Il gesto di Cristo sor­prende Matteo. Lasciare tutto per se­guire la presenza che pretende e poi mostra di essere la più cara e neces­saria è un atto di grande libertà. Pa­ri a quella con cui Dio fa il primo pas­so. La vocazione sono due libertà che si incontrano. Questa giornata cade nelle ultime settimane dell’anno di Paolo. Lui non era un eroe. Sapeva bene di non avere grandi qualità. Ma mise la sua debolezza liberamente al seguito di Colui che l’aveva scel­to. La sua vocazione, non la sua bra­vura incendiò e ancora dà fuoco di fede e carità al mondo. La 'qualità' di Paolo fu tutta nella disponibilità. Che è la qualità dei semplici.
  Chiedere a Dio che mandi pastori al suo gregge non significa chiedere truppe di eroi. Ma chiedere che con­tinui a toccare il cuore di gente sem­plice. Di gente pronta. Lo chiedia­mo con passione ma senza ansia. Perché ci rivolgiamo a Uno che sa fa­re
il suo mestiere di Dio.

(www.avvenire.it)

 

 




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1 maggio 2009

UN SECOLO E MEZZO DI STORIA




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sfoglia     agosto       

Vivere in comunità

(Jean Venier)

C'è in ognuno di noi una parte che è già luminosa, convertita. E poi c'è quella parte che è ancora tenebra. Una comunità non è fatta solo di convertiti. E' fatta di tutti quegli elementi che in noi hanno bisogno di essere trasformati, purificati, potati. E' fatta anche di non convertiti. Nelle comunità cristiane Dio sembra compiacersi di chiamare insieme delle persone umanamente molto diverse. Non erano forse profondamente diversi tra loro i discepoli di Gesù? Non avrebbero mai camminato insieme se il Maestro non li avesse chiamati! Non bisogna cercare la comunità ideale. Si tratta di amare quelli che Dio ci ha messo accanto oggi. Avremmo voluto forse delle persone diverse, più allegre o magari più intelligenti. Ma sono loro che Dio ci ha dato, che ha scelto per noi. E' con loro che dobbiamo creare l'unità e vivere l'alleanza.

Un uomo a una bambina: "Se mi dici dov'è Dio ti dò un arancia". E la bambina: "Se mi dici dove non è, te ne dò due"

Preghiera per la Giornata delle Comunicazioni Sociali 2009

(sr Nadia Bonaldo fsp, http://ssanpaolo.webhat.it)

O Trinità santa, Padre, Figlio e Spirito santo, che ti manifesti nel mondo come Dio della comunicazione e della comunione, noi ti adoriamo, ti benediciamo e ti riconosciamo presente e operante nell’oggi della nostra storia. Innestati in Te, fonte di ogni creatività dell’ingegno umano, aiutaci a mantenere vivo il desiderio di connessione gli uni con gli altri, a intessere con tutti relazioni sempre più profonde e durature per promuovere la pace e la giustizia il rispetto della vita e il bene della creazione. Partecipando in tempo reale, a eventi che accadono lontano, a situazioni che scuotono la nostra coscienza, fa’ che diveniamo più umani, misericordiosi e solidali, senza dimenticarci quelli di casa, le persone che incontriamo sul lavoro, i compagni di scuola, gli amici del tempo libero. Donaci il coraggio e la forza di non ricercare e non condividere parole, immagini, musica e video che possono offendere il valore e la dignità dell’essere umano, e di cestinare, senza indugio, tutto ciò che alimenta odio, violenza, intolleranza. Fa’ che non cadiamo nell’inganno di quanti ci vorrebbero ingenui consumatori , in un mercato di possibilità indifferenti, dove la scelta in se stessa diviene il bene, la novità si contrabbanda come bellezza , l’esperienza soggettiva soppianta la verità. La nostra sete di rispetto, dialogo e amicizia, o Padre, sia fondata sulla ricerca sincera e reciproca del vero, del bene e del bello, dove ognuno possa ritrovare pienezza di vita, felicità e gioia duratura. O Trinità santa, sii Tu la dimora di ogni cuore che accede e fruisce dei mondi virtuali affinché possiamo “navigare” nelle nuove reti digitali, con cuore semplice e sguardo trasparente, intelligenza aperta e coscienza illuminata e realizzare il tuo sogno: fare dell’intera umanità un’unica famiglia. A Te la nostra lode ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.

Circondato fedelmente e silenziosamente da forze buone, custodito e confortato meravigliosamente voglio trascorrere questi giorni con voi e con voi incamminarmi verso il nuovo anno. Le cose passate tormentano i nostri cuori, il peso duro dei giorni brutti ci opprime: o Signore, da' ai nostri spiriti affranti la salvezza che ci hai preparato. Tu ci porgi il pesante e amaro calice della passione, pieno fino all'ultima goccia: noi lo prendiamo, grati, senza tremare, dalle tue care e buone mani. Eppure, tu vuoi darci ancora la gioia per questo mondo e lo splendore del suo sole: ci ritorna alla mente il nostro passato e a te appartiene tutta la nostra vita. Fa' che le candele che hai portato al nostro buio oggi ardano in silenzio e caldamente; raccoglici, se è possibile, di nuovo insieme: noi lo sappiamo, la tua luce arde nella notte. Se ora si diffonde attorno a noi il silenzio, fa' che percepiamo il suono delle cose che, invisibili, si ergono attorno a noi, inno di lode di tutti i tuoi figli. Custoditi meravigliosamente da forze buone aspettiamo, felici, le cose future: Dio è con noi la sera e la mattina e, sicuramente, ogni nuovo giorno (Dietrich Bonhoeffer)
 
Fernando Silva dirige l’ospedale pediatrico di Managua. Una vigilia di Natale rimase a lavorare fino a tardi. Si sentivano già gli scoppi dei razzi, e i lampi dei fuochi d’artificio illuminavano il cielo, quando Fernando si decise ad andarsene a casa, dove lo aspettavano per la festa. Mentre stava facendo un ultimo giro attraverso le corsie per vedere se tutto era in ordine, sentì d’un tratto un lieve rumore di passi alle spalle. Passettini di bambagia. Si volse, e vide uno dei piccoli pazienti che lo seguiva. Nella penombra, lo riconobbe, era un bambino che non aveva nessuno. Fernando riconobbe quel viso già segnato dalla morte e gli occhi che chiedevano scusa, o forse chiedevano permesso. Fernando gli andò vicino e il bimbo lo sfiorò con la mano: «Diglielo... » sussurrò. «Di’ a qualcuno che io sono qui. »

Notte di Natale, di Eduardo Galeano da: Il Libro degli Abbracci
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Maria Vi renda capaci di evangelizzare il mondo del lavoro, dell’economia, della Politica, che necessita di una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile (Benedetto XVI)

Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro (Mt - 7,12)


Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe, i capelli diventano bianchi, i giorni si trasformano in anni. Però ciò che é importante non cambia; la tua forza e la tua convinzione non hanno età. Il tuo spirito è la colla di qualsiasi tela di ragno. Dietro ogni linea di arrivo c`è una linea di partenza. Dietro ogni successo c`è un`altra delusione. Fino a quando sei vivo, sentiti vivo. Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo. Non vivere di foto ingiallite… insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni. Non lasciare che si arruginisca il ferro che c`è in te. Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto. Quando a causa degli anni non potrai correre, cammina veloce. Quando non potrai camminare veloce, cammina. Quando non potrai camminare, usa il bastone. Però non trattenerti mai! (Madre Teresa)

If a man is called to be a street sweeper, he should sweep streets even as Michaelangelo painted, or Beethoven composed music, or Shakespeare wrote poetry. He should sweep streets so well that all the hosts of heaven and earth pause to say, 'Here lived a great street sweeper who did his job well'. - Martin Luther King, Jr.

"Chi porta i paraocchi si ricordi che del completo fanno parte il morso e la sferza" (Stanislaw J. Lec)


So' ito sempre a piedi in vita mia; ho camminato quasi sempre adaggio perchè vorsi guardamme er panorama che me s'offriva ar canto d'ogni via e,più che fa' attenzione a dove annavo, ho badato più spesso a dove stavo. Ho veduto de meno, se capisce; in compenso però, da quanno esisto, me so' goduto mejo quer che ho visto.


Un missionario viveva da tantissimi anni in Cina, Paese dalla cultura millenaria e profondamente religioso. Non aveva battezzato nessuno (non era lì a convertire...), ma era riuscito in qualche modo a stabilire una bellissima relazione con un vecchiettino cinese, con cui passava le ore e le giornate a chiacchierare del più e del meno, e a discutere delle cose di Dio. Era stupendo per entrambi potersi scambiare le proprie esperienze di fede, così diverse eppure così simili. Era bello poter scoprire, grazie all'altro, un altro volto di Dio, un altro colore del Suo arcobaleno, un altro raggio della Sua luce. Un giorno il missionario arrivò a parlare della risurrezione... Come spiegare al suo amico il mistero della risurrezione di Gesù? Era facile raccontargli della vita di Gesù, del bene che aveva fatto, di come la gente semplice lo ricordasse proprio come un uomo buono che aveva fatto tanto bene. Ma come spiegargli la risurrezione? Provò, e riprovò, cercò esempi, metafore... ma il suo grande amico non riusciva a comprendere tale stupefacente mistero. Finché un giorno il vecchio cinese disse al suo amico missionario: "Ascolta, da tanti giorni ti sforzi di spiegarmi quello che io non posso capire. Credo ci sia un unico modo perché io possa capire cos'è la risurrezione di Gesù: mostrami la tua risurrezione!".


Gesù Risorto.....

Gesù risorto non smetterà di darti amore e capacità di amare, anche quando non vorrai più amare e rispettare nessuno, nemmeno te stesso. Gesù risorto non smetterà di sceglierti anche quando non sceglierai più niente di vitale e luminoso. Gesù risorto non smetterà di darti vita anche quando non la saprai usare, né la saprai sfruttare per il bene e la luce. Gesù risorto non smetterà di darti il "camminare" anche quando non avrai più voglia di muoverti. Gesù risorto non smetterà di abbracciarti anche quando tu non avrai più voglia di abbracciare nessuno. Gesù risorto non smetterà di darti le stelle anche quando non avrai più voglia di guardare il cielo e di orientarti. Gesù risorto non smetterà di darti doni anche quando non farai altro che sprecarli tutti. Gesù risorto non smetterà di darti occasioni e fortune, anche quando non ti accorgerai delle prime e non benedirai le seconde. Gesù risorto non smetterà di usarti misericordia, anche quando tu farai da giudice ingiusto dei tuoi simili. Gesù risorto non smetterà di far crescere i fiori, anche quando tu li comprerai di plastica. Gesù non smetterà di dar luce ai tuoi occhi, anche quando non vorrai vedere nulla con gioia e gratitudine. Gesù risorto non smetterà di darti le mani, anche quando le userai solo per sfruttare i poveri e gli innocenti. Gesù risorto non smetterà di darti la capacità di "prendere la mira" anche quando non la userai per cacciare e mangiare, ma solo per uccidere e devastare. Gesù risorto non smetterà di darti intelligenza, anche quando la userai da sciocco e da superbo. Gesù risorto non smetterà di darti fiducia, anche quando non l'avrai più nemmeno per te stesso. Gesù risorto non smetterà di darti speranza, nemmeno quando tutto ti sembrerà brutto. Gesù risorto non smetterà, non smetterà mai di amarti e di chiederti se non puoi amare anche tu un po' di più con gioia e verità, per la tua felicità e la pace di tutti. Gesù risorto non smetterà mai di volerti bene e non potrai impedirglielo. Tu proprio non potrai impedirglielo...

Don Paolo Spoladore

Abbracciare la croce

La via della croce, Gesù, non basta imboccarla, bisogna chinarsi a terra e baciarla. Essa è il luogo sacro dove il tuo Signore e tuo Dio, si manifesta per quello che è: amore infinito. E la tua croce, Gesù, non basta caricarla sulle spalle e accettarla giorno per giorno, bisogna abbracciarla.


SEGUENDO LE STELLE VERE....     di monsignor Marco Frisina

I Magi che si lasciano guidare da una stella verso Betlemme assomigliano a quei sognatori che vivono protesi verso qualcosa a cui hanno donato tutta la loro esistenza, che inseguono un progetto e non si arrendono finché non l’hanno realizzato, oppure a quegli scienziati che cercano per anni la soluzione di un problema o la conferma di una teoria e non si danno pace finché non giungono alla meta della loro ricerca. Ogni uomo è un po’ come uno dei Magi ma forse non tutti sanno cosa cercare, alcuni credono di cercare la felicità inseguendo stelle false, miraggi che non conducono da nessuna parte mentre trascurano le stelle autentiche. Forse, nei tempi di oggi, è difficile scorgere una stella in cielo a causa di quell’inquinamento luminoso che non è dovuto soltanto alle illuminazioni artificiali ma anche alle luci artificiali che abbagliano l’uomo e ne confondono la visione; luci che sembrano belle all’inizio e poi finiscono solo per stordire. Impariamo invece dai Magi a viaggiare seguendo la verità, impariamo a distinguere le stelle vere che ci condurranno fino a Cristo, e gioiremo vedendolo.


E' Natale o è già Pasqua?

Gesù nasce a Betlemme. Colui che si donerà a noi ogni giorno sotto forma di pane, nasce proprio nella "Casa del Pane". Gesù viene rifiutato dalla città e nasce fuori dalle mura. Come sarà rifiutato dalla città e morirà fuori dalle mura di Gerusalemme. Gesù nasce in una grotta. Come sarà posto, dopo la croce, in un grotta. Gesù viene posto in una mangiatoia, luogo in cui si pone il cibo. Come si farà per noi cibo per la nostra vita eterna. Gesù viene avvolto in fasce. Come verrà avvolto in fasce una volta deposto dalla Croce.
Ma è Natale o è già Pasqua?

NOTTE DI NATALE

Fernando Silva dirige l’ospedale pediatrico di Managua. Una vigilia di Natale rimase a lavorare fino a tardi. Si sentivano già gli scoppi dei razzi, e i lampi dei fuochi d’artificio illuminavano il cielo, quando Fernando si decise ad andarsene a casa, dove lo aspettavano per la festa. Mentre stava facendo un ultimo giro attraverso le corsie per vedere se tutto era in ordine, sentì d’un tratto un lieve rumore di passi alle spalle. Passettini di bambagia. Si volse, e vide uno dei piccoli pazienti che lo seguiva. Nella penombra, lo riconobbe, era un bambino che non aveva nessuno. Fernando riconobbe quel viso già segnato dalla morte e gli occhi che chiedevano scusa, o forse chiedevano permesso. Fernando gli andò vicino e il bimbo lo sfiorò con la mano: «Diglielo... » sussurrò. «Di’ a qualcuno che io sono qui. »

Notte di Natale, di Eduardo Galeano da: Il Libro degli Abbracci - Sperling & Kupfer 2005



È proprio questa la vita (Franz Kafka)

Tu ti credi già al limite delle possibilità ed ecco che nuove forze accorrono. È proprio questa la vita.....


Signore, fammi vivere di un unico, grande sentimento. Fa che io compia amorevolmente le mille piccole azioni di ogni giorno, e insieme riconduci tutte queste piccole azioni ad un unico centro, a un profondo sentimento di disponibilità e di amore. Allora quel che farò, o il luogo in cui mi troverò non avrà più molta importanza.

(Etty Hillesum, Diario 1941-1943)


IL MOMENTO FINALE

Il vero modo di tenersi pronti per il momento finale è quello di impiegare bene tutti gli altri momenti.

Proviamo a ritornare sul tema della morte, approfittando di questo mese che la tradizione connette alla memoria dei defunti. Lo faremo con queste parole di un famoso vescovo e scrittore francese, François Fénelon (1651-1715). La sua è una lezione facile a esprimersi, ardua a praticarsi. Eppure è l'unica strada per andare incontro a una «bella morte». Proviamo per un momento a immaginare che sia oggi il giorno ultimo della nostra esistenza terrena e chiediamoci: «Cosa abbiamo tra le mani? Cosa abbiamo costruito? Quale lascito affidiamo agli altri?». Forse possiamo solo elencare i beni materiali e qualche scarso affetto, realtà che subito si dissolvono. Gesù era stato lapidario: «Non accumulatevi tesori sulla terra che tignola e ruggine consumano e ladri scassinano e rubano, accumulatevi invece tesori in cielo» (Matteo 6, 19-20). È, quindi, la serie dei momenti dell'intera vita, più che l'ultimo ad essere decisivo. C'è uno degli Aforismi sulla saggezza di vivere del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer che mi è sempre piaciuto: «Considera ogni giornata come se fosse una vita a sé stante». È nel presente, colmo di opere giuste, che si edifica non solo la memoria di sé ma anche il proprio futuro spirituale. Purtroppo per molti la vita si riduce a quelle parole che il poeta Eliot aveva scritto: «Nascita e copula e morte, / tutto qui, tutto qui / e se tiri le somme è tutto qui». Bisogna, invece, ritrovare la pienezza vera dell'oggi per avere un domani di luce.

Gianfranco Ravasi --------------------------------------------------------------------------------


i nodi si sciolgono

"I nodi più tenaci si sciolgono da soli, poiché la corda si consuma. Tutto se ne va, tutto passa, l'acqua scorre e il cuore dimentica"

Così meditava il famoso scrittore francese Gustave Flaubert (1821-1880). Le immagini sono incisive: l'usura dei nodi col passare del tempo e col consumo causato dagli agenti esteriori, il fluire dell'acqua, il dissolversi delle cose, l'oblio dell'anima. Certo, questa regola che segna le vicende umane è anche benefica: permette ai dolori più atroci di attenuarsi, talora fino alla loro estinzione, concede una tregua alle tensioni, genera nuove attese e così via. Proprio per questo non bisogna mai disperare, bensì aspettare con costanza e coraggio il futuro. Ogni giorno, come diceva Gesù, porta con sé la sua pena; ma è anche vero che ogni alba che sorge può contenere una sorpresa. Contro il biblico Qohelet che implacabilmente ricordava che «non c'è niente di nuovo sotto il sole», lo stesso Signore dichiarava: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Se vogliamo, però, fermarci sulla considerazione di Flaubert, possiamo riflettere con realismo sulla fragilità della vita e delle cose. Guai ad aggrapparci a ciò che per definizione è perituro. I nodi fermi si allentano, le stesse passioni svaniscono, i beni si dissipano ed è per questo che rimane sempre valido l'appello evangelico a cercare tesori che non siano consumati da ruggine o rapinati da ladri. Sono quei valori permanenti che si fondano sull'amore, sulla giustizia, sulla verità, sul bene: queste sono realtà eterne e trascendenti, incise nel libro della vita che Dio tiene davanti a sé. Nel tempo che scorre innestiamo, allora, l'eternità a cui ancorare la nostra esistenza.

Gianfranco Ravasi


 «Or sono diciassette lustri e un anno che i nostri avi costruirono, su questo continente, una nuova nazione, concepita nella Libertà, e votata al principio che tutti gli uomini sono creati uguali. Adesso noi siamo impegnati in una grande guerra civile, la quale proverà se quella nazione, o ogni altra nazione così concepita e così votata, possa a lungo perdurare. Noi ci siamo raccolti su di un gran campo di battaglia di quella guerra. Noi siamo venuti a destinare una parte di quel campo a luogo di ultimo riposo per coloro che qui diedero la vita, perché quella nazione potesse vivere. È del tutto giusto e appropriato che noi compiamo quest’atto. Ma, in un senso più vasto, noi non possiamo inaugurare, non possiamo consacrare, non possiamo santificare questo suolo. I coraggiosi uomini, vivi e morti, che qui combatterono, lo hanno consacrato al di là del nostro piccolo potere di aggiungere o detrarre. Il mondo noterà appena, né a lungo ricorderà ciò che qui diciamo, ma mai potrà dimenticare ciò ch’essi qui fecero. Sta a noi viventi, piuttosto, il votarci qui al lavoro incompiuto, finora così nobilmente portato avanti da coloro che qui combatterono. Sta piuttosto a noi il votarci qui al gran compito che ci è di fronte: che da questi morti onorati ci venga un’accresciuta devozione a quella causa per la quale essi diedero, della devozione, l’ultima piena misura; che noi qui solennemente si prometta che questi morti non sono morti invano; che questa nazione, guidata da Dio, abbia una rinascita di libertà; e che l’idea di un governo di popolo, dal popolo, per il popolo, non abbia a perire dalla terra. »
(Discorso del Presidente Lincoln a Gettysburg)

Preghiera a San Francesco di Giovanni Paolo II

Tu che hai tanto avvicinato il Cristo alla tua epoca, aiutaci ad avvicinare il Cristo alla nostra epoca, ai nostri difficili e critici tempi. Aiutaci! Questi tempi attendono Cristo con grandissima ansia. Non saranno tempi che ci prepareranno ad una rinascita in Cristo, ad un nuovo Avvento? Noi, ogni giorno, nella preghiera eucaristica esprimiamo la nostra attesa, rivolta a lui solo, nostro Redentore e Salvatore, a lui che è compimento della storia dell’uomo e del mondo. Aiutaci, san Francesco d’Assisi, ad avvicinare alla Chiesa e al mondo di oggi il Cristo. Tu, che hai portato nel tuo cuore le vicissitudini dei tuoi contemporanei, aiutaci, col cuore vicino al cuore del Redentore, ad abbracciare le vicende degli uomini della nostra epoca. I difficili problemi sociali, economici, politici, i problemi della cultura e della civiltà contemporanea, tutte le sofferenze dell’uomo di oggi, i suoi dubbi, le sue negazioni, i suoi sbandamenti, le sue tensioni, i suoi complessi, le sue inquietudini… Aiutaci a tradurre tutto ciò in semplice e fruttifero linguaggio del Vangelo. Aiutaci a risolvere tutto in chiave evangelica, affinché tu stesso possa essere “Via – Verità – Vita” per l’uomo del nostro tempo. Amen.

Possiamo imparare a essere saggi in tre modi. Il primo è quello dell'imparare a riflettere, ed è il migliore. Il secondo è l'imitazione, ed è il più facile. Il terzo è l'affidarsi all'esperienza, ed è il più doloroso.


In realtà questa trilogia proposta dal grande maestro cinese Confucio (VI-V sec. a.C.) non è necessariamente da ramificare in tre strade separate. Si può, infatti, riflettere scoprendo verità da soli, ma contemporaneamente seguire una guida o un modello per raggiungere una nuova meta di conoscenza e di saggezza. La terza via, quella dell'esperienza, è però il percorso che non si può evitare perché esso è intrecciato indissolubilmente con lo stesso vivere. Fermiamoci, allora, un momento proprio su quest'ultimo modo per conquistare la saggezza. È un itinerario che scandisce l'intera esistenza e, nonostante sia (anche per questo fatto) obbligatorio, non è detto che produca effetti positivi. Anzi, spesso è vero ciò che afferma un altro motto cinese: «L'esperienza è un pettine offerto ai calvi», proprio perché non sembra avere risultati. È una sorta di dono utile che la vita ci presenta, ma che non serve a niente perché la superficialità o l'orgoglio fanno sì che la sua efficacia sia sminuita o annullata. Confucio giustamente osservava che quella dell'esperienza è una via dolorosa. Da un lato, infatti, la si costruisce soprattutto sui propri errori e quindi è il segnale di tanti momenti di lacerazione e di umiliazione. D'altro lato, l'esperienza è un frutto che matura troppo tardi, quando non può essere più gustato e crea allora malinconia. Ecco, allora, la necessità di essere coscienti, coraggiosi e costanti nella vita.
Gianfranco Ravasi

LA PROLISSITÀ

L'arte dello scrivere è omettere, omettere, omettere.
Prima che a scrivere imparate a pensare.

Devo confessarlo io per primo: nella mia vita ho scritto un piccolo oceano di parole e qualche volta mi propongo di entrare in quel silenzio che diventa purificazione e dieta dell’anima. Anche perché, prima o poi, sarà la natura stessa a condurmi a quell’orizzonte di quiete, attraverso la vecchiaia, la debilità della mente e l’allontanamento dei lettori o degli ascoltatori. Oggi, però, non voglio parlare solo a me stesso, ma un po’ a tutti, anche a coloro che al massimo hanno scritto solo i temi in classe, quand’erano alunni, o qualche lettera. Innanzitutto assegniamo la paternità alle due frasi che ho citato: la prima è di uno che sapeva scrivere e bene, Robert L. Stevenson, sì, l’inventore ottocentesco del dott. Jekyll e di mister Hyde o dell’Isola del tesoro; l’altra è del poeta francese del ’600 Nicolas Boileau. La lezione valida per tutti è una sola: bisogna essere attenti al rischio della verbosità, della prolissità, dell’eccesso. Certo, questo vale innanzitutto per i predicatori e gli oratori che spesso danno in lunghezza ciò che non sanno in profondità. Ma c’è anche una chiacchiera comune che diventa prevaricazione e indiscrezione. Non si dice di essere laconici e taciturni sempre, ma guai a scivolare sulla china dei logorroici e dei parolai. In quel fiume grigiastro, da un lato, spesso s’annida la serpe di una parola sbagliata o cattiva, e d’altro lato, si manifesta – come dice Boileau – l’assenza di pensiero. La sobrietà è una dote della vita ma anche del linguaggio. Gianfranco Ravasi


Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo (PIL). Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle […]. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. […] Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani. Robert Kennedy

Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità. Colui che aveva ricevuto 5 talenti andò a impiegarli e ne guadagnò altri 5. Così anche quello che ne aveva ricevuti due , ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone tornò e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto 5 talenti ne presentò altri 5 dicendo:"Signore mi hai consegnato 5 talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque". "Bene; servo buono e fedele - gli disse il padrone - sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto: prendi parte alla gioia del tuo padrone". Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti disse: "Signore, mi hai consegnato 2 talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due". Bene; servo buono e fedele - gli disse il padrone - sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto: prendi parte alla gioia del tuo padrone". Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse "Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il talento sotterra: ecco qui il tuo". Il padrone gli rispose: "Servo malvagio ed infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. Toglietegli dunque il talento e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti".

LE CRITICHE

Negli affari di grande rilievo e importanza è impossibile riuscire a piacere a tutti.
 
Un sacerdote mi sta raccontando una serie di vicende che gli amareggiano la vita: esse sostanzialmente prendono spunto da una sua scelta pastorale, che per altro anch'io condividerei come coerente, la quale però ha creato in alcuni reazioni severe e attacchi aspri.
Mi viene, così, spontaneo ricordare a lui, a me, e ora un po' a tutti una frase di Solone, il famoso legislatore ateniese del VI sec. a.C., considerato uno dei "sette sapienti" dell'antica Grecia. Essa dice una verità ovvia e ininterrottamente sperimentata: se si dovesse badare a tutte le critiche possibili, non si farebbe mai nulla nella vita. E molti, timorosi di esporsi, alla fine si rinchiudono in se stessi, in un'inerzia improduttiva. Certo, bisogna tener conto sia dei giudizi altrui, talora più oggettivi della nostra visione personale, sia dei consigli di chi ha più sapienza e acutezza. Ma poi bisogna decidere, anche in caso di conflitto di opinioni e persino col rischio di essere sottoposti a censure e a biasimi. Nel Medioevo girava un detto latino che affermava scherzosamente che «neanche Giove è gradito a tutti». Alcuni ricorderanno la favola di La Fontaine in cui un mugnaio e suo figlio vengono sempre criticati qualsiasi atteggiamento prendano nei confronti del loro asinello macilento (salendovi sopra ora il padre, ora il figlio, ora entrambi, oppure paradossalmente portandolo loro sulle spalle!). Ma, sia pure con ogni precisazione necessaria, vale sempre il monito di Cristo: «Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi! Facevano così anche coi falsi profeti» (Luca 6, 26).

Gianfranco Ravasi

"INSIEME, TUTTO DIVENTA POSSIBILE"

Miei cari Compatrioti,
voglio che la Repubblica francese sappia conciliare il successo e la fraternità, ragion per cui bisogna dire la verità. Darò a ciascuno di voi la propria dignità,permettendogli di esercitare un' attività. Ho detto ai giovani di periferia che a ciascuno di loro garantirò una formazione, un contratto ed una remunerazione che perverrà da un posto di lavoro. Per questo domanderò loro di svegliarsi presto al mattino, poichè nessuno può sperare di essere aiutato dalla società se non si sacrifica per trarne qualcosa di positivo. Penso alle donne separate a 40 o 45 anni di età o alle vedove, che hanno cresciuto i loro bambini e che anche loro hanno diritto ad una formazione. Voglio costruire una repubblica che permetta ad ognuno di emergere.Voglio che i disabili trovino il loro posto nella società francese. Voglio, in modo particolare,che ogni bambino portatore di handicap possa essere accolto nella scuola della repubblica. Questo è un bene sia per il disabile che per i nostri altri figli in modo tale che questi ultimi possano comprendere che la differenza è una ricchezza. Voglio che le piccole pensioni e le pensioni di reversibilità siano migliorate. Penso al dramma dei malati di Alzheimer, penso al cancro, naturalmente,ma penso anche a tutte le malattie della depressione, al suicidio,perchè la vita è troppo pesante. La Repubblica fraterna per me consiste nel fatto che ognuno tra voi, miei cari compatrioti, possa dirsi: "Se ho un problema, la nazione sarà dietro di me a coprirmi le spalle" e vorrei oltremodo che la nazione possa dirsi : "Abbiamo aiutato uno dei nostri perchè aveva messo un ginocchio per terra, ma ha meritato questo aiuto grazie al suo lavoro, al suo merito, ai suoi sforzi."
Nicolas Sarkozy

Un manager teneva un master sulla gestione del tempo ad un gruppo di responsabili aziendali. In una scatola quadrata trasparente mise dodici palline da tennis e chiese: "La scatola è piena?" - "Sí!" risposero gli allievi. Aprì la scatola e versò della ghiaia che si insinuò tra le palline. "E ora?". Gli allievi tacquero, sgomenti; ed egli aggiunse prima della sabbia e infine dell'acqua. Concluse: "cosa vi ho insegnato?" Ripose uno: "Che - ad organizzarsi bene - si trova il tempo per fare tutto". "No - replicò l'insegnante - se avessi messo le palline alla fine, dopo la ghiaia e la sabbia, non ci ci sarei riuscito. Nella vita occorre prima di ogni altra cosa scegliere le priorità, il resto si può adattare"

LA BICICLETTA

Tu, o Signore, ci hai scelti per essere in un equilibrio strano: un equilibrio che non può stabilirsi né tenersi se non in movimento , se non in uno slancio. Un po’ come una bicicletta che sta su senza girare, una bicicletta che resta abbandonata contro un muro finché qualcuno la inforca per farla correre veloce sulla strada.

Sì, è vero, la bicicletta incarna un paradosso: se è ferma, cade a terra; se è in moto, è in prefetto equilibrio e funzionalità. È su questa elementare rilevazione che Madeleine Delbrêl (1904-1964), straordinaria figura di testimone cristiana negli spazi degradati della banlieu parigina, intesse una parabola spirituale (nell’opera Il piccolo monaco, Gribaudi 1990). Anche l’acqua ferma s’intorbida e si trasforma in palude. Ogni esperienza umana, quando si stinge, corre il rischio di estinguersi. L’eccessiva ricerca di sicurezza religiosa e sociale, pur avendo alla base una motivazione anche legittima, alla fine rende gretti e ristretti di mente e ci rinchiude in una sorta di bozzolo asfittico. Le stesse parole - anche quelle sacre - non sono fatte per rimanere inerti nei libri, ma devono diventare vita, come ci ha insegnato Olmi nel suo mirabile film Centochiodi. «Chi si ferma è perduto», diceva uno degli slogan del passato regime; al di là della retorica, dichiarava una verità che spesso è disattesa. Seduti ai bordi della vita, si lascia che il fiume degli eventi e delle cose passi e così si dissolve la missione che ognuno di noi deve espletare. Ed è drammatico quando questa inerzia è adottata come stile di vita dai giovani, simili a biciclette appoggiate al muretto dove essi passano ore vuote.

Scriveva l’antico Seneca: «Affrettati a vivere bene perché ogni giorno è in se stesso una vita».

Gianfranco Ravasi


Prendi il tempo per riflettere: è una fonte di pace.
Trova un tempo per svagarti: è il segreto della giovinezza. Scegli un tempo per leggere: è la fonte della saggezza.
Prendi il tempo per amare ed essere amato: è un dono di Dio.
Trova il tempo per la tenerezza: è la strada della felicità. Scegli il tempo per sorridere: è una musica per l'anima. Prendi il tempo per dare: è la porta della fraternità.
Trova un tempo per lavorare: è il prezzo del successo.
Scegli il tempo per essere solidale: è la chiave del cielo. Prendi il tempo per pregare: è la forza della tua debolezza.